Fanano, la memoria di fatti di violenza vive nei dipinti di Ewa Konopka
Michele Fuoco
Una volontà di conoscenza e di analisi dell’uomo e della sua condizione interiore e anche sociale si avverte nelle opere che Ewa Barbara Konopka presenta da sabato (inaugurazione alle 17.30) alle Cantine degli Scolopi di Fanano. Lo scopo dell’artista polacca, che vive a Zocca, è di affermare la qualità della pittura per trovare una possibilità di comunicare, non escludendo il vissuto individuale e collettivo. La sua è un’opera appassionata, per la capacità di verificare stati d’animo, pulsioni profonde, paure, in figure che avvertono disagio, inquietudini. Non inganni la loro gestualità sempre compìta, educata, di pudore, perché l’angoscia in cui vivono queste creature reca la memoria di atti di violenza portata in Polonia dell’occupazione nazista e poi comunista. Barbara partecipa al loro stato di turbamento perché le storie di terrore del passato le sono state raccontate dai genitori e dai nonni. Ma il suo sentimento privato non la porta a motivi logori di figurazione. Ambisce direttamente ad una definizione formale, così concretamente emblematica di una drammatica situazione storica, come quella del secolo scorso. Per questo i suoi dipinti sono stati scelti per la mostra itinerante “L’Ora Inquietante”, nel 2009, al Museo Etnografico di Vilno (Lituania) per ricordare il 70esimo Anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista in Polonia. Le sue creature sembrano vivere ancora oggi la solitudine di una inquietante attesa di vicende che minacciano l’umanità. Da qui il secondo ciclo di opere, più corali e narrative anche per la più accorta e articolata composizione. Non c’è mai caduta di tono, né momenti di stanchezza per il pressante e partecipato intervento dell’artista su fatti, personaggi e situazioni del nostro tempo. Ecco allora un quadro che si offre, nella sua geografia di valore anche simbolico, dove si legge il tentativo di espansione della Russia verso Ucraina e Bielorussia; la scelta dell’Inghilterra di uscire dall'Unione Europea, lo stemma di "Je suis Charlie" come indicazione della libertà di critica, il potere della Banca Europea, lo sfruttamento del lavoro degli immigrati dell'Est, l'Italia con il Colosseo, paese di creativi. Sensi simbolici acquistano la pistola, il filo spinato come barriera contro l'immigrazione. Forti i richiami alla violenza dell’estremismo islamico, come indica una croce che brucia in un arco orientale. Un’altra opere disegna la disperazione dell’uomo che stringe il capo tra le mani, con i luoghi in rovina alle spalle, e avverte lo strappo dalla sua cultura originaria. Bruciano le città in un altro dipinto. L’artista si fa interprete di tensioni drammatiche, di frammenti assurdi di realtà, di coercizione e brutalità che sembrano governare il mondo. «Il mio è un tentativo – dice Ewa Barbara – di denunciare a Dio ciò che sta accadendo, di interrogarmi sul senso della vita. C’è tanta tristezza in me. Ma credo che la bellezza e i motivi che l’arte esprime possano ancora salvare il mondo». E l’opera vive nei suoi molteplici significati, anche in “Amore e Psyche” e “Angelo dormiente”, perché sostenuta dalla bravura e passione dell’artista che ha seguito gli studi all’Istituto di Divulgazione Culturale a Olsztyn (Polonia). Studi anche presso la Facoltà di Psicologia all' Università di Varsavia e di Bologna. —
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