Ai Giardini Ducali otto corti teatrali per esplorare la terra che soffre
Autori di diversi Paesi parlano della crisi ambientale nello spettacolo “Planet B. Un mondo ancora possibile?”
Elena Pelloni
MODENA. Oggi alle 21 si parlerà di clima e di ambiente ai Giardini Ducali di Modena, grazie allo spettacolo “Planet B. Un mondo ancora possibile?”, firmato da Sergio Lo Gatto e Silvia Rigon.
Si tratta di uno spettacolo che risponde a una chiamata di mobilitazione artistica riguardo ai temi ambientali e che affonda le proprie radici nella Convenzione Quadro sui Cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Una sfida lanciata da The Climate Change Theatre Action nel 2015 e qui realizzata grazie ad Ert Fondazione, nell’ambito della rassegna Giardini d’Estate. Sarà infatti la Compagnia stabile di Ert a portare in scena gli otto corti teatrali, selezionati da Rigon e Lo Gatto. Otto corti scelti tra le 50 drammaturgie scritte da autori internazionali, incaricati dal Ccta di scrivere opere teatrali di cinque minuti per affrontare il tema della crisi climatica.
Silvia Rigon, qual è il filo conduttore degli 8 corti che avete selezionato per “Planet B. Un mondo ancora possibile”?
«Innanzitutto, abbiamo voluto favorire l’alterità. Siamo abituati alle drammaturgie di autori occidentali e spesso conosciuti. In questo spettacolo, che abbiamo costruito passo dopo passo assieme agli attori della Compagnia di Ert, abbiamo voluto valorizzare le voci che provengono da angoli sconosciuti della terra. Questo proprio per dare il senso di quanto questa questione sia globale, ci riguardi tutti insomma. E in questa visione d’insieme, ognuno mantiene pur sempre il suo speciale punto di vista, il quale mette in luce aspetti differenti della questione climatica. I testi selezionati inoltre fanno emergere anche il tema della relazione tra persone. Abbiamo quindi escluso i monologhi, perché pensiamo che l’essere presenti in gruppo in scena rappresenti la cifra di quanto questo problema abbia bisogno dell’impegno di tutti per essere affrontato».
Quali scelte registiche avete portato avanti?
«Abbiamo fatto un grande lavoro di studio sui testi. Questo assieme agli attori, perché volevamo cercare di completare insieme il non-detto. Ogni testo drammaturgico possiede una struttura profonda che non viene esplicitata e, in generale, credo che questo sia un lavoro fondamentale per agganciare il cuore della messa in scena. Inoltre, abbiamo studiato il contesto dei Paesi dai quali provengono gli autori. In particolare, trattandosi di testi del 2019, volevamo sapere cosa stesse succedendo al tempo della loro stesura, per meglio entrare in contatto con quella determinata realtà. Gli attori, poi, hanno avuto un ruolo fondamentale. Perché è essenziale cercare di rendere armonica la loro interpretazione. Oltre a tutto questo lavoro sul testo, ce n’è stato un altro grande parallelo riguardo al suono. Per ogni testo abbiamo quindi individuato un suono che rappresentasse quel determinato Paese, attraverso un elemento naturale. Ad esempio, il 2019 è stato l’anno dei grandi incendi in Australia e dunque abbiamo voluto catturare lo scoppiettare del fuoco che brucia la legna. L’elemento naturale, in scena, diventa quindi suono astratto. Così come, nella realtà, l’uomo prende l’elemento naturale e lo trasforma».
“Planet B. Un mondo ancora possibile” ha voluto mantenere un certo stile anche nelle scenografie.
«Esatto. L’elemento scenico rispetta caratteristiche molto semplici. Sono stati utilizzati solamente materiali di riutilizzo. Non è stato comprato niente per fare questo spettacolo. Proprio perché volevamo essere coerenti rispetto all’argomento trattato. Abbiamo utilizzato un vecchio tessuto di scena per riprodurre un enorme mappa del mondo. La mappa, poi, sarà riproposta al contrario rispetto alla consueta direzione in cui siamo abituati a guardare il nostro pianeta. Questo per due motivi. Innanzitutto, perché nord e sud sono semplici convenzioni. E poi perché, appunto, Planet B si riferisce a quella parte di terra che ancora fatichiamo a vedere. Quella più colpita dalla crisi climatica. Ogni autore, poi, ha corredato il proprio corto drammaturgico con una breve introduzione. Questo testo verrà letto in scena, mentre sulla mappa verrà segnato con un simbolo il Paese dal quale proviene chi ha scritto quella determinata storia. Così lo spettatore ha la sensazione della distanza geografica ma anche della vicinanza umana». —
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