Gazzetta di Modena

«Se l’ascolti, te ne innamori Questa è la magia del jazz ed è capitato anche a me»

Paola Ducci ;

Il sassofonista Achille Succi, dalla banda di Nonantola ai prestigiosi palcoscenici  «Tutto iniziò con un disco di Charlie Parker. Pensai: ma questi sono pazzi...»

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Paola Ducci

MODENA. In queste sere il cortile del Teatro Tempio si trasforma in un vero e proprio Jazz club, con tanto di bar, qualche tavolino, e posti a sedere distanziati, dai quali è possibile bersi un drink lasciandosi trasportare dalle note dei tanti grandi musicisti ospiti del Modena Jazz Festival, la rassegna organizzata dall’associazione modenese Amici del Jazz.

Domani sul palco saliranno gli Alex Spiaigin Quartet per poi concludere la rassegna il 5 agosto con Stefano Calzolari Rebirth Trio.

Tra gli ospiti di queste serate il modenese Achille Succi, sassofonista e clarinettista, classe 1971, indicato dalla critica come uno dei musicisti europei più interessanti dell’ultimo decennio. Il critico musicale Mario Gamba, sulla rivista Alias, lo ha definito come uno dei musicisti piú geniali del jazz italiano. Tra i numerosi artisti con cui ha collaborato ci sono nomi da brivido come Uri Caine, Louis Sclavis, Ernst Reijseger, Pierre Dørge, Kenny Wheeler, Bruno Tommaso, Giorgio Gaslini... Ha partecipato a numerosi concerti e incisioni discografiche.

Achille Succi, quando ha deciso di intraprendere la professione di musicista?

«A quattordici anni. Lo ricordo bene, ma già a dieci anni iniziai a suonare il clarinetto nella banda del mio paese, Nonantola. A 14 anni in banda ritennero opportuno che io imparassi a suonare anche un altro strumento, il sax contralto, e lì nacque il mio grande amore. Quel giorno che me lo consegnarono ricordo che venni a Modena e mi diressi alla "Casa della Musica", storico negozio di dischi, perché volevo acquistare un vinile in cui si sentisse il sax. Trovai un Lp che conteneva una raccolta di Charlie Parker venduto in abbinamento all'Omnibook, ovvero il libro con tutti i suoi assoli. Andai a casa e senza sapere minimamente chi fosse Charlie Parker lo ascoltai e ne rimasi stregato. Dissi con gli occhi che i brillavano “ma questi sono pazzi!“ poi, dopo mesi, capii chi era davvero questo immenso musicista».

Quindi?

«Da quel giorno decisi di fare il musicista e non mi fermai più. Iniziai a studiare alla scuola di musica di Nonantola da Maurizio Borsari e successivamente con il sassofonista napoletano Renato D’Aiello, allievo di Giorgio Baiocco, autore di un famoso libro di metodo. La svolta arrivò quando vinsi a 22 anni una borsa di studio per la Berklee di Boston, dove si sono perfezionati i migliori jazzisti al mondo, e al ritorno ho iniziato la mia carriera che non si è mai fermata, se non per il Covid».

Lei è anche un insegnante del conservatorio di Pesaro e di altre importanti realtà musicali italiane. Come vivono il rapporto con questo genere di musica i ragazzi più giovani?

«Beh, sicuramente il jazz rimane un genere di musica che non è per tutti, benché la sua origine estremamente popolare. Oggi altri generi musicali hanno la meglio tra i giovani, ma chi di loro si avvicina poi difficilmente lo abbandona. C’è anche da sottolineare che oggi non è facile definire cosa è jazz e cosa non lo è. Il processo di contaminazione è stato accelerato dalla rete, addirittura ci sono pareri contrastanti. Chi entra in conservatorio comunque lo approccia e quando lo conosce se ne innamora. Per amare il jazz è necessaria una consapevolezza musicale di un certo tipo, quindi non è raro che chi ama il soul, il rock o lo swing poi piano piano arrivi anche ad amare il Jazz».

E con gli alunni più piccoli, come riesce a far scaturire l’interesse anche degli adolescenti?

«Con i ragazzi più giovani punto sulla bellezza e la libertà dell’improvvisazione musicale che ti concede il jazz. L’improvvisazione ha un’ulteriore valore: stimola all’ascolto, chiede di fermarsi, di ascoltare cosa fanno i tuoi compagni e a quel punto di reagire facendo esprimere la tua anima attraverso le note dello strumento che stai suonando. È pura bellezza quando ad un unico stimolo musicale rispondono infinite improvvisazioni, un diversa dall’altra, mettendo in evidenza le diverse personalità di ciascun allievo».

E a lei cosa emoziona del jazz?

«La libertà di un genere musicale mai uguale a se stesso. Nel jazz non è importante “cosa suoni” ma “come lo suoni”: è ascolto, improvvisazione ed espressione di se». —

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