Chiara Sorrentino, una fiaba per misurare la gentilezza
Pubblicata dalle Edizioni Paoline con le illustrazioni di Barbara Bongini «L’idea nata per caso da un metro da sarto che mi aveva regalato un negoziante»
Monica Tappa
Chiara Sorrentino, giornalista e autrice modenese, arriva in libreria con “Il metro della gentilezza”, una nuova fiaba scritta per bambini e bambine con illustrazioni di Barbara Bongini e pubblicata da edizioni Paoline.
Chiara Sorrentino, questa fiaba usa personaggi classici della tradizione a parte la chiocciolina. Come nasce questa protagonista?
«Nasce dalla mia predisposizione a vedere “dell'altro” negli oggetti che mi circondano, qualcosa di simile alla pareidolia. L'ho sempre fatto con la calandra delle automobili, per esempio, in cui vedo delle espressioni umane. Nel periodo in cui ebbi l'idea del metro della gentilezza avevo da poco ricevuto in omaggio da un negoziante un metro da sarto, un oggetto che non toccavo con mano da un po' di tempo, ed è subito scattato qualcosa: prima ha preso forma l'immagine della chiocciola dorata, piccola ma speciale, poi è nata l'idea di renderla simbolo di un nuovo metro di giudizio nella sfera dell'immagine che diamo di noi agli altri tramite l'abbigliamento. La conoscenza della struttura e dei personaggi tipici delle fiabe classiche ha fatto il resto.»
Non so perché ma è come se si sentisse la voce di una nonna o di una persona importante. E, in ogni caso, da chi ha imparato l'arte della gentilezza?
«La mia chiocciola è una sorta di grillo parlante, quella voce della coscienza che tutti sentiamo dentro di noi fin da bambini e che è frutto sicuramente dell'educazione che riceviamo in famiglia e a scuola, ma anche dalle esperienze. L'arte della gentilezza è una competenza che non ho ancora finito di affinare e che richiede impegno e dedizione, ma che nel tempo dà i suoi frutti. Sicuramente le basi me le hanno trasmesse i miei genitori, ma è un allenamento costante.»
Un atto poco gentile che ha ricevuto da bambina e non ha mai dimenticato?
«Ce n'è più di uno, ahimè. Posso dire il primo di cui ho memoria e che risale al tempo della scuola materna, che oggi viene chiamata scuola dell'infanzia. Tra l'altro, riguarda proprio dei vestiti. Stavamo facendo dei disegni con i colori a tempera. Ero seduta e d'un tratto mi sono sentita toccare la schiena. A quel punto mi sono girata e ho visto due compagne di classe con i pennelli in mano che hanno ridacchiato e sono scappate via. Ho chiesto alla bambina di fianco a me di controllarmi la maglia: “È tutta sporca di colore”, mi ha riferito. Allora non c'erano i colori lavabili e quelle macchie non sono mai andate via. Non era la prima volta che subivo un dispetto da parte loro, solo poco tempo prima mi avevano strappato un disegno. Ricordo che lì per lì rimasi senza parole. Non andai a protestare né con loro né con la maestra. Una volta a casa, però, piansi e raccontai tutto a mia madre. Seguendo il suo consiglio il giorno dopo andai a scuola indossando una maglietta pulita e portando quella sporca in un sacchetto per mostrarla alle compagne e alla maestra».
«Ricordo che ci fu un blando rimprovero da parte della maestra a cui seguirono le scuse delle bambine. È soltanto un episodio, e sicuramente non è stato quello che mi ha ferito di più nel corso della mia vita. Però, lo ricordo ancora oggi perché quella che avevano sporcato intenzionalmente e irrimediabilmente era la mia maglietta preferita!». —
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