Gazzetta di Modena

l’intervista 

Renato Giugliano: «La guerra a Cuba racconta il disagio della provincia»

Alberto Morsiani
Renato Giugliano: «La guerra a Cuba racconta il disagio della provincia»

Alle 21 il film proiettato alla Sala Truffaut il regista ne parlerà con il pubblico 

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MODENA. Riapre stasera la sala Truffaut. Come da tradizione, ricomincia con una prima visione alla presenza dell'autore. Alle 21 verrà proiettato “La guerra a Cuba” di Renato Giugliano: una giornalista arrembante specula su uno sciopero in un paesino emiliano, enfatizzando problemi come l'immigrazione e il neofascismo, fino ad esasperare gli animi. Un prodotto controcorrente, che verrà presentato dal regista e da una delle interpreti, la modenese Stefania Carnevali.

Giugliano, ci spiega il titolo del film?

«Donne cubane deliziose. Stop. Potrei inviare poema in prosa su bellezza isola ma non voglio spendere vostri soldi. Stop. Non esiste guerra a Cuba”. Firmato Willand. “Risponde?” “Sì: Caro Willand, invii pure poema in prosa, io procurerò la guerra”. Così recitava Orson Welles attraverso il personaggio di Kane in Quarto potere, uno dei primi e forse il più grandioso tributo al potere dei media e della comunicazione di massa. Il titolo è dunque un omaggio a Welles che vuole mettere in guardia sul potere e i pericoli delle parole, soprattutto nell'era digitale che viviamo: se manipolate, le notizie diffuse dai media possono scatenare una guerra».

Ci può dire qualcosa di questo progetto nato a partire dal territorio emiliano?

«Insieme a due ong emiliane, Cefa Onlus e Overseas, abbiamo promosso progetti di sensibilizzazione all'integrazione e alla mescolanza che ci hanno portato alla scrittura della sceneggiatura e alla realizzazione del film. Il progetto è durato 18 mesi e prevedeva una serie di laboratori e corsi tra cui uno dedicato alla scrittura creativa, il che ci ha permesso di indagare a fondo le esperienze di convivenza su quel territorio».

Nonostante l'ambientazione emiliana, dove di norma regna la pace sociale, dal film esceun quadroamaro.

«Più che di amarezza parlerei di preoccupazione. La gente, soprattutto in provincia, è ancora mossa da ideali profondi: il senso della comunità resiste nonostante tutto e continua a tenere unite le persone. La preoccupazione è data dallo smarrimento dei punti di riferimento, dal rischio di vedere tutto spazzato via per un commento infelice o per la ricerca spregiudicata di un “like” ad ogni costo. Il potere della comunicazione ci sta sfuggendo di mano e non siamo più capaci di circoscriverne gli effetti».

Nel suo film ci sono diversi spunti narrativi, dal ruolo dell'informazione e del web al rigurgito del fascismo. Come ha influito la tua attività di documentarista nel trattare questi temi i?

«I temi del film mi son cari da sempre e più volte ho cercato di esplorarne le sfaccettature attraverso il documentario, ed è proprio questa impostazione che mi porta a un approccio che cerca di essere onesto nella rappresentazione. Non ho mai voluto enfatizzare un punto di vista o di imporre il mio pensiero, mi piace raccontare i fatti come li vedo. Cinema e documentario sono strumenti di dialogo e riflessione».

Il personaggio negativo del film appare soprattutto quello della giornalista, che ricorda il ruolo di Kirk Douglas di “Asso nella manica” .

«Viola De Marchi è una giornalista che non ce l'ha fatta e che oggi appare come una donna spietata e senza scrupoli. In realtà è una donna sola e molto fragile che scoprirà a sue spese il valore delle parole e l'importanza delle relazioni tra le persone».

Nel film si rivede una brava attrice come Elisabetta Cavallotti

«E' una vera professionista, umile, instancabile e disposta a enormi sacrifici per il l buon cinema. Ha avuto il premio come miglior attrice protagonista al Reggio Calabria Film Festival, meritatissimo!»



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