«La sicurezza è un sogno Le città vivono di paure che si possono dominare»
Marco Filoni anticipa la sua lectio magistralis che si terrà venerdì 17 a Carpi: “Tra paura e libertà” È dedicata all’uso politico dei timori tra la popolazione urbana tra immigrazione e pandemia
l’intervista
carlo gregori
La città come luogo di paure e di libertà. Le attuali politiche della sicurezza non sono nuove e anzi rinviano a un uso del potere che dice di placare la paura ma che spesso la alimentano anche. Un tema di grande attualità e di sicuro interesse, quello che per il Festival della Filosofia tratterà venerdì 17 settembre alle 17.30 a Carpi Marco Filoni, filosofo, speaker radiofonico a RaiRadio3 e docente universitario che studia non solo il pensiero ma anche dei comportamenti intorno alla vita in città.
Filoni, la sua lezione magistrale si intitolerà “Tra paura e libertà. Un’antinomia della città”.
«Parlerò del rapporto molto stretto tra filosofia e città. Siamo soliti a pensare alla filosofia come qualcosa di etereo, come se fosse tra le nuvole. Dobbiamo sforzarci di riportarla nella città. E’ lì che è nata la filosofia. Non si può pensare alla filosofia senza la Polis greca. Oggi questa indicazione sempre più importante perché dopo il periodo di paura e dimenticanza di libertà che è stata ed è tuttora la pandemia. Ricordiamo anche che abbiamo vissuto un periodo chiusi nelle nostre case e nelle nostre città senza spostarci in altre. Proprio perché costretti a fare i conti con la nostra realtà e quelle fortezze assediate che sono diventate le nostre città senza volerlo, la pandemia ci obbliga a fare i conti con temi che avevamo dimenticato. Uno di questi è la paura. Tutti abbiamo avuto e abbiamo paura del Covid. Paura di uscire. Di andare in giro. E quel luogo di libertà spaventava. Proprio perché non siamo più abituati a pensare nelle nostre città negli ultimi secoli. Come diceva Elias Canetti, Thomas Hobbes è stato l’unico ad aver capito la paura e ad averla riportata nella filosofia politica ma dopo di lui la paura è stata messa in salamoia. Proprio perché fatichiamo a farci i conti, come con la morte, tendiamo a non affrontarla».
Lei ha scritto dei saggi sulla paura come strumento di dominio politico.
«La massima di ogni dittatura che si rispetti è: “Abbiate paura, al resto ci pensiamo noi”. E’ fondamentale. Quado nel 1941 il presidente americano Roosevelt tenne il famoso discorso alla radio sull’entrata in guerra e le libertà, disse che tra le libertà fondamentali c’era la libertà di non avere paura. E invece bisogna avere la libertà di avere paura. Non bisogna vergognarsene, è la cosa più umana e fin troppo umana che c’è, soprattutto serve all’uomo sia dal punto di vista politico che evolutivo. Se siamo quello che siamo oggi, è anche perché la nostra evoluzione ha fatto sì che la paura giocasse un ruolo fondamentale. Se i nostri antenati non avessero provato paura probabilmente saremmo già estinti, come ci dicono i neurobiologici e gli scienziati che studiano l’evoluzionismo. Parliamo di paure politiche e non patologiche».
Recentemente c’è un uso politico della paura sulla città che rinvia a un’idea di sicurezza. Lei ha studiato a fondo questo aspetto.
«La sicurezza è anche retorica. Abbiamo vagheggiato un’immagine di città sicura. Le città non sono sicure. Non lo erano nel Medioevo quando si costruivano città dalle mura possenti per contenere i barbari lasciati fuori, però la paura aveva modo di entrare lo stesso ad esempio come la peste. La peste ci ha fornito l‘immaginario che stiamo vivendo col Covid: è un nemico né fluido né solido, un miasma che passa le porte chiuse e il filo spinato. La peste ce la portano in casa i nostri cari e gli amici. Ci fa fare i conti con l’idea che non possiamo eliminarla. Proprio come non esisterà mai la sicurezza nelle città. Possiamo ostruire spuntoni, mettere telecamere e guardie armare, blindare i passaggi, ma non elimineremo mai la paura. La sicurezza è un conto, la retorica della sicurezza, un altro».
La paura è stato il grande tema della politica locale degli ultimi trent’anni. Ma nulla pare migliorato.
«Purtroppo in questi ultimi decenni ci sono state forze politiche che sulla sicurezza hanno fondato il loro successo e la loro fortuna. Però bisogna riconoscere che, anche se la sicurezza serve a far scomparire la paura, la paura ci sarà sempre. Vagheggiare città armoniose, felici e concordi è solo retorica, un sogno venduto agli elettori. Sarebbe più onesto dire che l’uomo è l’essere più pauroso e insieme quello che fa più paura. La città è da sempre un luogo di violenza e terrore. Basti pensare a quanti miti di fondazioni violente abbiamo, da Caino e Abele a Romolo e Remo. La paura è insita in quel luogo di vita associata, come lo chiamava Aristotele, che è anche luogo di violenza. E’ inutile negarlo. Meglio riconoscere le città come simili a noi uomini: individui che riconoscono la violenza e sanno cos’è la paura. Se non facciamo i conti con le nostre paure, ci sarà sempre qualcuno che farà un uso politico della paura e ci dirà di cosa avere paura, che sia un nemico, uno straniero, delle donne. Se invece abbiamo un sano rapporto con la paura, possiamo vivere senza questo terrore».
La paura non ha limiti e l’esperienza insegna che si può spingere sempre più su l’asticella del suo uso politico trovando nuovi nemici.
«L’uso politico della paura è quello che permette di non affrontare i veri nodi della politica. Nel momento in cui continuo a creare un nemico sacrificale additando un altro come responsabile di tutto ciò che ci accade di brutto, la paura non ha mai fine. Bisogna studiare le società arcaiche per capirlo. René Girard raccontava di tribù africane che sceglievano il loro re da altre tribù: finché le cose andavano bene erano tutti felici col re, ma poi quando andava male sapevano con chi prendersela. Uccidendo il re, nessuno si sarebbe lamentato. È qualcosa che ha a che fare con quello che succede oggi creando un nemico. C’è la disoccupazione? Colpa degli immigrati o della pandemia. La paura è sempre stato un ottimo strumento della politica. Per questo, anziché rifiutarla con slogan come “Noi non avremo paura”, dobbiamo conoscerla e farci i conti».
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