«Pechino non si può fermare possiamo solo limitare i danni»
Federico Rampini in occasione del Festival lancia il libro dedicato alla Cina potenza mondiale, spauracchio per gli Usa, dove la libertà del popolo è ridotta
Alice Benatti
modena. Dopo “I cantieri della storia” il giornalista Federico Rampini, corrispondente della «Repubblica» da New York, torna oggi in libreria con “Fermare Pechino” (Mondadori) in cui svela una faccia della Cina troppo nascosta e inquietante ma anche il gioco dei corsi e ricorsi tra Washington e Pechino che si studiano e si copiano a vicenda.
L’ultima volta che l’abbiamo intervistata, alla vigilia delle elezioni americane, era convinto della vittoria di Biden e ci ha anche detto che un giorno avremmo dovuto avere l’oggettività di riconoscere che tuttavia Trump sulla Cina aveva avuto abbastanza ragione. Dunque adesso Pechino come si ferma?
« “Fermare Pechino” è un titolo anche forte e provocatorio. È un’ambizione di questa America che unisce le presidenze Trump e Biden perché la continuità è totale anzi più passa il tempo più Biden appare maggiormente determinato a seguire la linea dura contro la Cina. In realtà è anche un obiettivo irrealistico perché nel lungo e lunghissimo periodo la Cina non si può fermare. Tuttavia, almeno finché continuerà ad avere un regime autoritario oggettivamente pericoloso per i diritti umani e le libertà, si può almeno sperare di contenerne l’avanzata. Questo è il tema: se sia possibile limitare i danni dell’ascesa di questa nuova superpotenza». Qual è la faccia inquietante della Cina di Xi Jinping che gli occidentali hanno deciso di non vedere?
« Intanto bisogna sottolineare che i lati nascosti sono sempre di più perché si sta chiudendo quindi ci vuole un lavoro enorme di scavo per raccontare la vera Cina andando oltre la faccia della propaganda. Per esempio io nel libro faccio un viaggio nella gioventù cinese: chi sono i millenials di oggi, cosa leggono, cosa pensano, quali sono le loro esperienze di studio e di lavoro. Il primo anno di Università per i giovani cinesi comincia con una specie di breve servizio militare per tutti - ragazzi e ragazze - e questo dà già l’idea della distanza rispetto al mondo in cui vengono formati i giovani in Occidente. Oppure mi avventuro nella letteratura di fantascienza cinese perché è uno dei pochi luoghi in cui esiste ancora una forma di libertà».
Cioè?
« Scrivere romanzi ambientati in un futuro lontano consente alla fantasia degli scrittori di affrontare temi scottanti della Cina di oggi quindi diventano una finestra aperta su quello che i cinesi pensano e temono, aggirando così le barriere della censura. Poi racconto il razzismo della Cina perché è impossibile capirla se non si fa un viaggio in questa mentalità etnocentrica che ha una visione gerarchica delle razze. Quella che per noi è diventata una parola taboo per i cinesi è invece un tema importante su cui hanno le idee molto chiare: la superiorità della loro razza. Una delle peculiarità del mio libro è anche quella di aver cercato di trovare ciò che unisce Cina e America, non solo ciò che le divide. Biden, ad esempio, ha capito che dietro il successo economico cinese ci sono “ricette” replicabili anche negli Stati Uniti. Un tempo era solo la Cina che copiava l’America, adesso la cosa sta diventando circolare».
Ad esempio cosa tentano di copiare gli Usa?
«L’idea che ci vuole un forte intervento dello Stato per vincere le gare tecnologiche. La Cina oggi è una superpotenza tecnologica, all’avanguardia nell’auto elettrica, nella telefonia 5G, nell’intelligenza artificiale, nei software di riconoscimento facciale, nella conquista dello spazio. E tutto questo lo ha realizzato puntando sul capitalismo pubblico, sulla forte alleanza fra Stato e grandi imprese. L’America non può fare esattamente lo stesso ma sta riscoprendo una sua tradizione antica di politiche industriali, finanziamenti pubblici alla ricerca, sussidi alle aziende tecnologiche di punta. Uno degli scontri che deciderà il futuro del pianeta sarà quello fra Usa e Cina per il dominio dell’auto elettrica che significherà anche il dominio delle terre rare quindi dei minerali rari dal litio al palladio».
Le diseguaglianze sociali sono tra i problemi che accomunano le due superpotenze. Circa un mese fa Xi Jinping ha detto che bisogna aggiustare i redditi eccessivamente alti e promuovere la “prosperità condivisa”. Come valuta quanto sta accadendo a questo proposito?
« Questo è un obiettivo sincero di Xi Jinping, che è un autocrate ma ha anche una sua forma di ricerca del consenso popolare. Già da anni sta cambiando il segno ideologico delle sue politiche, che hanno avuto una virata a sinistra: c’è un po’ meno capitalismo e un po’ più socialismo nelle politiche cinesi di oggi. Di tutto questo fa parte anche la riscoperta di Mao, che per chi non ha mai vissuto sotto il suo regno è diventato un simbolo, un’icona a cui aggrapparsi per segnalare che si vogliono ridurre le diseguaglianze sociali. Quindi quello che sta facendo Xi Jinping va anche in questa direzione: non solo l’attacco alle big tech ma anche una campagna più generale contro le diseguaglianze. Guarda caso anche Biden tenta di fare cose simili nonostante in America sia un po’ più difficile».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
