Lilli Gruber racconta Martha Gellhorn «La sua vita dimostra la forza delle donne»
La giornalista presenta il suo libro sull’inviata di guerra Una vita avventurosa per “il dovere della verità”
alice benatti
Una buona notizia per la cultura in città: l’edizione autunnale di Forum Eventi, la rassegna dedicata alla letteratura al Bper Forum Monzani, oggi torna dal vivo e lo fa con l’anteprima nazionale di "La guerra dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità” (Rizzoli editore) di Lilli Gruber, già inviata di guerra della Rai. Nelle pagine del libro la voce della reporter statunitense, una delle più grandi corrispondenti di guerra del Novecento, si intreccia con quella di Gruber, ricordandoci che “nessuno può impedire a una donna di vivere la sua vita” (non ci riuscì infatti nemmeno Hemingway, di cui Gellhorn fu la terza moglie) e insegnandoci la responsabilità del giornalismo in un presente che ne ha bisogno più che mai.
Perché oggi può fare bene conoscere Martha Gellhorn?
«Innanzitutto è una storia sorprendente e avvincente da conoscere: una donna che è partita dall’America su una nave che trasportava esplosivi per andare in Europa a raccontare una guerra mondiale, si è intrufolata su una nave ospedale per partecipare allo sbarco in Normandia, al ritorno ha rischiato l’arresto perché non se n’era rimasta a casa e come tutta risposta si è precipitata a documentare la campagna d’Italia facendo praticamente l’autostop alle truppe francesi… e intanto era sposata con uno dei più grandi scrittori del suo tempo, che poi ha mollato. Non vi sembra una storia da conoscere? Ancora di più se pensiamo che le sue idee e le sue battaglie sono tutt’oggi attualissime».
A lei che eredità ha lasciato questa giornalista straordinaria? E cosa pensa abbia da insegnare ai corrispondenti di guerra odierni e, in generale, all’intera categoria dei giornalisti? «C’è una sua frase che cito nel libro, “Nessuno può impedire a una donna di vivere la sua vita”: la sua eredità per tutte le donne è il messaggio che possiamo farcela. Sempre che siamo disposte a pagarne il prezzo, come dice sempre Martha. Vale ovviamente anche per le giornaliste e i giornalisti».
Andare sul campo e testimoniare la verità. Secondo lei c’è differenza nel racconto di una guerra se a farlo è una donna? Anche sulla base della sua esperienza personale…
«Nel libro intervisto due giornaliste, Ángela Rodicio e Edina Neretljak. Ángela è spagnola e Dina è bosniaca e hanno entrambe vissuto l’assedio di Sarajevo, che raccontano a tinte davvero forti. Entrambe sono d’accordo con Martha Gellhorn sul fatto che le donne hanno un approccio diverso, più attento alle sofferenze di chi la guerra non la decide mai e la subisce sempre, ovvero le altre donne. Ma questo approccio significa essere più brave, non più deboli. Dina, che lavorava con mio marito Jacques, al primo incontro gli disse: “Regola numero uno, non parlarmi la mattina prima di caffè e sigaretta”. Angela mi ha confidato: “Come giornalista devi sempre giustificarti se non hai paura mentre i colleghi maschi se la fanno addosso”».
Com’è cambiato il mestiere di inviato di guerra negli ultimi 30 anni?
«È diventato difficilissimo essere inviati in guerra, perché nemmeno le grandi testate investono più per tenere i loro corrispondenti sul campo. E le guerre “strutturate” tra Stati hanno lasciato il posto a guerre tra milizie, per cui i giornalisti che riescono a partire rischiano di non tornare. Meno soldi e più pericolo: secondo alcuni dei colleghi con cui parlo in questo libro, è un mestiere che rischia di scomparire».
Tra i protagonisti in zone di guerra dello scenario contemporaneo, i freelance sottolineano che il compenso è diventato il punto dolente. Pensa ci sia ancora la volontà di finanziare un lavoro di qualità?
« Penso che dovrebbe esserci, e molto di più, se ci teniamo alla nostra democrazia».
La missione che per tutta la vita è stata quella di Martha Gellhorn, quella di “andare a vedere”, è senza dubbio pericolosa: la vergognosa vicenda di Giulio Regeni ce lo ricorda da 5 anni ma anche, per citare un’altra grande donna, la giornalista russa Anna Politkovskaja. Chi protegge i giornalisti?
«Sono casi molto diversi. Entrambi, più che sul giornalismo di guerra, ci fanno riflettere su un altro aspetto su cui Martha Gellhorn ha lavorato tutta la vita: il rapporto con il potere. In particolare, sulla responsabilità e sul rischio di “andare a vedere” quando a non volere che tu veda sono regimi molto potenti e spesso non democratici. La verità è che le migliori protezioni sono l’intelligenza, il buonsenso e un forte sistema di relazioni: tre cose che un giornalista dovrebbe avere. Ma a volte non bastano e il potere vince».
Piazzale Redecocca
La Modena a colori
di Loris Morini
Resta aperta, fino a domenica, la mostra personale di Loris Morini, nella Redecocca Art Gallery. L’artista sassolese presenta “Modna a culor”. Appassionato di tecniche pittoriche, Morini ama eseguire copie dai pittori classici del Cinque-Seicento, per meglio studiare il modo di dipingere e le tecniche in uso nel passato, da qui il suo motto "copiando si impara". La mostra sarà visibile fino al 26 settembre,a 16-19
Carpi
Il nuovo libro di Fazzi
al Chica Ristobar
Presenterà i suoi due libri di lotta, amore e passione tradotti in poesia, Umberto Fazzi, oggi alle 17.30 al Chica Ristobar di via Lenin 47 a Carpi. “La lotta col pugno” è il titolo dell’ultima opera di Fazzi, edita anch’essa da “Sensibili alle foglie”. Info e prenotazioni: 3927362757.
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