Paolo Milone: «La follia non esiste esistono invece uomini e donne fragili»
MIRANDOLA. Al Memoria Festival lo psichiatra presenta il libro nato dalla sua esperienza di psichiatra d’urgenza
Laura Solieri
MIRANDOLA. Il 2 ottobre alle 10.30 presso la Tenda del Duomo si terrà l’incontro “Follia” con Paolo Milone che racconterà il mistero della malattia mentale, forse davvero imprendibile nella sua comprensione. Psichiatra, per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, Milone presenterà a Mirandola il libro “L’arte di legare le persone” (Einaudi), il suo esordio letterario, un testo in cui mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontandone i nodi più difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Quante volte si parla dei medici come di eroi, martiri, vittime. Paolo Milone ci racconta invece, fuor di retorica, la verità di questi uomini e donne esposti al male, appassionati e fragili, fallibili, mortali come tutti, in una quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte.
Milone, lei dice che la follia non esiste, esistono solo tante malattie psichiatriche che hanno la capacità di confondere. E allora perché si parla sempre di follia?
«“Follia” è un vecchio termine che ha il limite di essere molto generico e di non fare nessun riferimento al problema del dolore che c’è nei disturbi mentali. In Psichiatria, all’università, nell’attività clinica non si usa il termine follia ma si parla di psicosi e nevrosi. Però, al di fuori di questi contesti, la parola follia usata nel linguaggio comune ha una sua ragione d’essere, non è inutile nella comunicazione per inquadrare certi tipi di comportamenti fuori dalla norma».
Tra le pagine del suo libro scopriamo l’intensità di chiunque, come lei, abbia scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri». Come è cambiato nel tempo il suo concetto di abisso?
«L’abisso è qualcosa di imprendibile perché non è definibile dalle parole; l’abisso è la psicosi, la morte. Nel corso della mia carriera è cambiata, piuttosto, l’espressione di alcuni disturbi mentre le malattie mentali sono abbastanza stabili nel tempo. Gli stati ansiosi di quando ero un giovane medico venivano espressi dai pazienti con molta partecipazione corporea; oggi, le crisi ansiose sono diventate più intime, le persone sono molto più composte, soffrono in silenzio. Per fare un altro esempio, sono aumentati tanto i disturbi dell’alimentazione: sono diventati un modo di comunicazione del disagio, spesso giovanile, molto più diffuso».
Quanto la società in cui viviamo ha modificato l’espressione dei nostri comportamenti in tema di disagio mentale?
«L’influenza della società è fondamentale nelle questioni di tipo psicologico che riguardano il disagio del vivere, il raggiungimento della soddisfazione, degli obiettivi che uno si pone nella vita ma non la malattia in sé che è qualcosa di biologico. La biologia evolve in maniera lentissima, è influenzata indubbiamente dalla società però molto meno di quello che si pensa».
Nel loro lavoro, gli psichiatri sono continuamente alle prese con dilemmi di tipo etico perché si trovano difronte a persone che spesso non sono in grado di dire cosa vogliono realmente. Quali sono i dilemmi etici più difficili che si è trovato ad affrontare?
«Il dilemma etico fondamentale è quello di quando un paziente ti dice che non si vuole curare e occorre capire quanto è in grado di valutare e decidere per il suo interesse, ovvero quanto c’è di libertà e quanto invece di costrizione patologica nella scelta di non curarsi. Il problema come medici è capire quanto essere interventisti e quanto astensionisti».
Come si fa a non perdere il dubbio e le meraviglia nel suo mestiere?
«È difficile perderli perché se uno sta vicino ai pazienti e fa clinica, i pazienti ti continuano a sorprendere e si vedono esperienze e situazioni che uno ha di che meravigliarsi per tutta la vita. Se una persona smette di meravigliarsi in Psichiatria, vuole dire che è diventata un po’ cinica».
Cosa la stupisce di più della mente umana?
«Mi stupisce come il biologico e il sociale si incrociano e si mescolano. Noi spesso diamo spiegazioni di tipo relazionale e razionale a dei comportamenti che sono biologici, animali. Vedere come queste due cose si intersecano, natura e cultura, è estremamente affascinante: siamo un incrocio che crea una serie di cose veramente complesse da sciogliere, siano un nodo inestricabile».
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