Gazzetta di Modena

“memoria festival”. da domani a mirandola 

Settis: «La megalopoli cambia l’idea della città E il boom del turismo svuota i nostri centri»

Carlo Gregori
Settis: «La megalopoli cambia l’idea della città E il boom del turismo svuota i nostri centri»

Lo storico dell’arte: «C’è una trasformazione inafferrabile I siti abbandonati? La Costituzione può fornire soluzioni»

5 MINUTI DI LETTURA





Carlo Gregori

Salvatore Settis, celebre archeologo e studioso di storia dell’arte, sarà uno dei protagonisti del Memoria Festival di Mirandola che da domani a domenica esplorerà le mille facce del tema “L’imprendibile”.

Domani alle 18 presso la Tenda della Memoria l’ex direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e direttore del Consiglio Scientifico del Louvre terrà una conferenza dal titolo già denso di significati: “La città è in rovina?”. Parlerà di città tradizionali come luoghi in cui il tempo si è stratificato e depositato tra mura e palazzi. E di città attuali, comprese le megalopoli che si stano espandendo senza sosta in tutto il mondo, coi loro problemi dietro le opportunità di un inurbamento rapido, con una popolazione in forte crescita. Due mondi diversi e apparentemente lontani ma che richiedono un confronto serrato.

Professor Settis, di cosa parlerà?

«Parlerò della città. Soprattutto della città di oggi, un’idea in grandissima crisi. Un’idea che interessa Modena, coi suoi 180mila abitanti, e Tokyo, che ha 40 milioni di abitanti. Sono due entità imparagonabili dove la vita urbana ha una dimensione e uno svolgimento diverso. E allora chiediamoci: che cos’è la città oggi? Credo che la città sia diventata un’idea inafferrabile».

È inafferrabile se consideriamo la trasformazione urbana negli ultimi decenni?

«Sì, ed è quello che sta ancora accadendo oggi. Le megalopoli sono sempre di più. Tokyo è la più grande ma ce ne sono tante. Città del Messico ha 25 milioni di abitanti. In Italia, però, città di quelle dimensioni non ne abbiamo ma la tendenza è quella. Intanto aree molto vaste stanno saldandosi in una sola città. Da questo punto di vista, è quanto avviene anche tra Roma e Napoli. Di fronte a tutto ciò che fine fa la nostra idea di città? Ecco il punto interrogativo del titolo».

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a uno sviluppo abnorme delle periferie.

«Appunto. Il risultato è che le periferie ci sembrano tutte uguali. La caratteristica principale è che si somigliano in tutte le città del mondo. La città storica era ed è invece caratterizzata da una sua fisionomia del tutto distintiva. È impossibile trovarsi a Modena e credere di essere a Firenze. Possiamo dire che la città di ieri era caratterizzata dalla diversità, quella di oggi dall’uniformità».

La periferia dall’aspetto anonimo è un fenomeno dovuto principalmente alla combinazione tra speculazione immobiliare e piani di rapida espansione.

«Sì, ma il fattore principale resta la crescita demografica. Nel pianeta c’è un grande aumento della popolazione, anche se in Italia tende a diminuire e a invecchiare. Ma la formazione delle megalopoli in Cina, Messico e Brasile, ad esempio, è dovuta a una crescita incontrollabile che innesca processi economici in cui, è ovvio, c’è chi se ne approfitta. L’inurbamento non sempre produce la ricchezza sperata. Le persone che se ne erano andate dalla campagna molto spesso non trovano fortuna in città e diventano più povere di prima insediandosi nelle periferie».

Nelle città italiane, i centri storici sono ingessati, chiusi in una sorta di una campana di vetro per il turismo.

«Le nostre città storiche rischiano davvero di trasformarsi in mondi a parte, se non Disneyland turistiche. Nella turistificazione di alcune città preziose come Firenze e Venezia o nei centri di Napoli e Roma, la popolazione residente viene spinta ad andarsene per lasciare posto a alberghi, b&b, ristoranti ecc. E quindi i centri storici, anche se vengono tenuti bene, diventano sempre più artificiali. Invece, la città deve essere soprattutto una comunità di cittadini e di pensieri. Diamo quindi il benvenuto al turista ma ricordando che il turista non deve sperimentare solo i monumenti bensì incontrare anche i cittadini del luogo. Questo è un rischio concreto nelle città più turistiche».

In Italia prima del Covid abbiamo avuto gravi problemi di overcrowding, soprattutto a Venezia.

«È un fenomeno molto grave. Nei primi anni ’60 Venezia faceva 180 mila abitanti. Oggi sono scesi a 50mila e continua a perderne mille all’anno. Quindi è una città che si sta svuotando per lasciar posto ai turisti nella totale indifferenza e inazione della politica e delle istituzioni. È l’emblema della città storica che non funziona e anzi muore. E su questo tema ho pubblicato con Einaudi un libro che si chiama proprio “Se Venezia muore”».

Nelle città attuali uno dei problemi emergenti è l’abbandono delle proprietà immobiliari, anche di interi impianti industriali. Le nostre città si riempiono di palazzi e luoghi in degrado.

«Questa è un’altra accezione della parola “rovina”. Non ci accorgiamo più di questo fenomeno: ci stiamo lasciando alle spalle una scia di rovine. La deindustrializzazione crea un forte problema. Cosa fare di questi impianti abbandonati? Li conserviamo o no? Certo, non come rovine in attesa che crollino. Li dobbiamo riutilizzare? Non ci sappiamo ancora confrontare con questo problema. Ci sono stati casi in cui è avvenuta una riconversione in luoghi di incontro e di cultura, mercatini. Nella maggior parte sono allo stato brado. Ecco, manca una grammatica dell’agire per la deindustrializzazione. Si è rinunciato alla poetica del riuso, necessaria oggi più che mai».

C’è uno scoglio insuperabile: il ruolo della proprietà privata per gli edifici abbandonati, a volte pericolanti o ridotti in condizioni inquinanti. Siccome le istituzioni anche locali non se ne occupano, salvo rari casi, si sta creando un problema per ogni comunità coinvolta che rischia di pagare anche il conto per le bonifiche.

«La Costituzione italiana, articolo 42, dà alla proprietà privata il massimo della libertà ma pone anche dei limiti per “assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti ”. Sulla base di questo articolo lo Stato e le istituzioni locali potrebbero procedere a forme di esproprio o ad altre modalità per riutilizzare quei luoghi. Invece queste parole sono lettera morta dal 1948».

D’accordo. Ma in Italia, soprattutto a livello locale, nessuno si muove e tra fallimenti e chiusure aumentano gli edifici abbandonati. Intanto a Berlino è passato un referendum per espropriare gli edifici dei grandi gruppi immobiliari in evidente stato di abbandono.

«Ogni tanto succede che un gruppo di persone lo invade, lo occupa e crea un centro sociale. Solo a questo punto la proprietà si ricorda di quell’edificio e chiama le forze dell’ordine. La polizia o i carabinieri sgomberano gli occupanti, ripristinano la proprietà privata e tutto torna come prima. A Berlino hanno invece ottenuto qualcosa. Purtroppo, in Italia manca una coscienza pubblica diffusa. E vale per tutti, compresi i partiti».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google