Gazzetta di Modena

L’orazione sulla libertà del giovane filosofo che anticipò temi etici quanto mai attuali

elena pelloni
L’orazione sulla libertà del giovane filosofo che anticipò temi etici quanto mai attuali

Conversazione domenica tra Raphael Ebgi e Marco Bertozzi presenteranno la “Oratio elegantissima” scritta e mai pronunciata 

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elena pelloni

Al Festival Raphael Ebgi e Marco Bertozzi commenteranno la “Oratio elegantissima” scritta da Giovanni Pico della Mirandola. L’evento si terrà domani alle 19, presso il parco della Memoria di Mirandola. Anche conosciuta come “Oratio de hominis dignitate”, è considerata il primo manifesto filosofico del Rinascimento. Raphael Ebgi, esperto di filosofia dell’Umanesimo italiano e Marco Bertozzi, docente di Filosofia teoretica, ne illustreranno i tratti principali. Si tratta di una orazione concepita come prolusione al convegno sulle “Novecento tesi” (1487) dell’umanista mirandolese, non venne mai pronunciata ma continua a far parlare di sé.

Marco Bertozzi, come presentate questo scritto di Pico della Mirandola?

«Sembrerà strano, ma questo testo di Giovanni Pico al momento non è disponibile in edizione cartacea. Si tratta di un discorso sulla dignità dell’uomo, estremamente diffuso e famoso del giovane filosofo mirandolese. Ecco perché l’editore Einaudi, tra i promotori del Festival, ha deciso di pubblicarne una nuova edizione. A gennaio, uscirà infatti una nuova traduzione italiana con la prefazione di Raphael Ebgi».

In che contesto nasce la “Oratio elegantissima”? «Siamo nel 1486. Giovanni Pico, aveva circa 23 anni, ed era un ragazzo estremamente esuberante e capace. Si ritrova a studiare a Perugia, scortato lì dall’amico Lorenzo de’ Medici. È in questo periodo che compone le sue celebri “Novecento tesi”. Ed essendo brillante, coraggioso e anche un po’ sfrontato, decide di voler esporre queste sue “Novecento tesi” in un grande congresso, al quale avrebbero partecipato il pontefice, il senato cardinalizio, diversi dotti, sapienti e filosofi dell’epoca. La “Oratio elegantissima” sarebbe stato il suo discorso di presentazione a questa lezione, prefazione alla discussione delle sue tesi presentate a questi sapienti».

Ma questo discorso non verrà mai pronunciato. Cos’è successo?

«Una commissione pontificia, che analizzò preventivamente il testo, giudicò alcune di queste tesi eretiche. Giovanni Pico scrisse un’apologia, ma non bastò a convincere la commissione. Tanto che fu costretto a scappare in Francia, dove verrà catturato e incarcerato a Parigi. Sempre grazie a Lorenzo de’ Medici verrà rilasciato e gli sarà permesso di tornare a Firenze. Il discorso rimarrà quindi non pronunciato».

Cosa contiene questa orazione?

«Innanzitutto, dobbiamo immaginarcelo: un ragazzo di poco più di vent’anni che decide di voler discutere le sue idee in un congresso composto dalle menti più brillanti e influenti dell’epoca. Il suo discorso sarebbe partito da una considerazione: “l’uomo è una grande miracolo”. Ma a questo assunto lui voleva fornire una spiegazione approfondita. Nel testo compie quindi un’analisi storica e filosofica partendo dalla creazione raccontata in Genesi. Alla fine della creazione, Dio si rende conto che mancava ancora l’essere che avrebbe ammirato e abitato quel mondo. Ecco perché, secondo Pico, Dio incarica Adamo di diventare ciò che egli sceglie di voler diventare. Gli dà l’esistenza ma senza imporgli una forma. Lo pone al centro dell’universo con la possibilità di scegliere, tra bene e male».

Ovvero, Dio crea un uomo libero.

«Esattamente. L’uomo è libero di scegliere come definirsi. Può scegliere di innalzarsi verso Dio o di cadere nel baratro del male. Pico arriva perfino ad affermare che, di fatto, l’uomo è superiore alle creature angeliche. Queste, infatti, hanno avuto una forma definita fin dalle origini. Mentre l’uomo può scegliersi una propria definizione. Inoltre, è libero di cadere e di essere rigenerato nel suo errore»

La libertà dell’uomo chiama in causa la responsabilità.

«È importante. Questo giovane filosofo, nel Quindicesimo secolo, affronta tematiche profondamente moderne. In un certo senso contemporanee. Perché tutti noi ci stiamo accorgendo come la responsabilità dei nostri gesti ricada anche sugli altri. Tutto quello che facciamo è esempio per la collettività».

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