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letteratura 

Il Nobel a Gurnah costringe l’Occidente a riflettere sulle culture delle migrazioni

Stefano Adami
Il Nobel a Gurnah costringe l’Occidente a riflettere sulle culture delle migrazioni

I temi della decolonizzazione e dello sradicamento dalla propria terra sono centrali nell’opera dello scrittore

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Stefano Adami

L’inatteso, impensato premio Nobel per la Letteratura a Abdulrazak Gurnah, costringe l’attenzione dell’Occidente a riflettere su alcune cose che, negli anni, si erano andate a perdere.

Numero uno: il Premio Nobel, e men che meno il Nobel per la Letteratura, non è in nessun caso un premio alla carriera. Piuttosto è, invece, un premio all’ambizione progettuale di un ricercatore, unita all’umiltà personale, come fu nel caso, per esempio, di Obama. In quest’ottica, il Nobel diventa un incentivo all’ampiezza di visioni e alla larghezza di respiro. È un premio ai mille tentativi di ricerca aperti e perseguiti con passione in una vita di apertura di sentieri sempre nuovi. È un premio sociale. Comunitario. Non viene assegnato a un individuo. Ma ad insiemi di forze che agiscono in profondità. La letteratura, dunque, in questa accezione, non è un’impresa singola, portata avanti da un solo individuo. Ma un’impresa di gruppo, portata avanti nel nome dell’intera umanità. La letteratura come stendardo. In cui l’uso di una lingua specifica è dettato anche e soprattutto alle potenzialità di penetrazione nella massa possibile di lettori. Il Nobel è quindi un premio all’aratura di nuovi terreni, fatta da nuovi “agrimensori K”. Un premio a culture meno note, che parlano a quelle più note e diffuse attraverso lingue a maggiore penetrazione. Questo tipo di letteratura nasce, cresce e arriva a maturazione sempre nel posto sbagliato. È stato il grande Edward Said a farcelo capire.

In attesa di vedere tradotti in italiano e ripubblicati i suoi romanzi (attualmente quasi introvabili da noi) guardiamo al caso del novissimo premio Nobel. Nato a Zanzibar nel 1948, Gurnah – in un tale contesto – rappresenta la prima vera generazione che ha lottato e ha pagato di persona per la decolonizzazione ed il distacco dalle colonie. Gurnah fa anche parte di una generazione schizoide, che vedeva giocoforza nel tallone della madrepatria la più alienante violenza, ma anche l’unica possibilità concreta, per le culture indigene e tradizionali, di riscattarsi da un futuro di marginalità culturale e di totale azzeramento. È il deserto umano, spirituale, che Gurnah vede nel 1968, quando ventenne si trasferisce in Inghilterra per concludere gli studi universitari. Un percorso, in questo, simile a quello del giovane Camus che lascia l’Algeria per la Francia, o del giovane Salman Rushdie che lascia l’India per l’Inghilterra.

Ben presto, infatti gli autori della prima generazione postcoloniale, i più avvertiti e i più spiritualmente onesti – ma anche i privilegiati, i figli di classi abbienti che possono pagare vita e studi all’estero – si rendono conte che il canale privilegiato con la madrepatria va mantenuto. Perché è proprio attraverso tale canale che la ex colonia continua a restare culturalmente e spiritualmente in vita. È attraverso quel canale che essa parla. Che essa dà opportunità ai suoi giovani studenti.

Gurnah, per esempio, si specializza in Letteratura in Inghilterra, all’Università del Kent. In particolare in Letteratura comparata. Poi comincia ad insegnare, fin dai primi anni 70, proprio Comparative literature. Sempre nella sua Università. Intanto, nel 1986, nell’attutito mondo delle lettere mondiali scoppia il primo profondo scossone. Il drammaturgo nigeriano di colore Wole Soynka – formatosi anch’egli in Inghilterra – vince il premio Nobel per la Letteratura.

Gurnah deve proprio a Soynka il fatto di aver cominciato a scrivere. Il riconoscimento al nigeriano, infatti, lo spinge a buttare giù le prime cose, che poi finirono per crescere di giorno in giorno. Entro l’anno successivo, Gurnah ha pronto il suo debutto: “Memory of dDeparture”. È un romanzo a più voci che – dichiarava l’autore alla stampa british – «intrecciano l’agra esperienza degli africani immigrati nell’Inghilterra dei nostri giorni». Opera attualissima, in questi giorni di continue morti in mare di rifugiati. Scottante. Ma ancora marginale se si pensa che, a tutt’oggi, Gurnah è solo il secondo premio Nobel per la Letteratura di colore.

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