Gazzetta di Modena

oggi l’incontro con lo scrittore 

Alessandro Piperno al Monzani «Racconto una vita da impostore»

ARIANNA DE MICHELI
Alessandro Piperno al Monzani «Racconto una vita da impostore»

Con Beppe Cottafavi presenterà l’ultimo romanzo “Di chi è la colpa”  «Scrivere è il mio vizio, sempre sorvegliato da un censore interiore»

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ARIANNA DE MICHELI

Il suo primo romanzo, “Con le peggiori intenzioni”, ha vinto il premio Campiello. Oggi, dopo ulteriori successi, Alessandro Piperno torna come io narrante in “Di chi è la colpa” edito da Mondadori. E ci racconta di un figlio unico che lascerà il proprio nucleo d’origine, ormai disintegrato, per vivere da “impostore” in una famiglia scintillante e nuova di zecca. Eppure non certo priva di veleni. L’autore presenterà la sua più recente fatica al Forum Monzani, con presenza del pubblico in sala, oggi pomeriggio alle 18. Con una spalla d’eccezione, Beppe Cottafavi.

Professor Piperno, perché vogliamo sempre sapere di chi è la colpa?

«Benché la questione occupi i miei pensieri da che ho memoria, temo di non avere una risposta definitiva e soddisfacente. Immagino che si tratti dell’incapacità di accettare l’idea che le cose avvengono perché avvengono. È molto comodo identificare la causa prima della tua sofferenza, e ancor più rassicurante escluderti dal novero dei colpevoli».

La colpa è dei genitori che non hanno rivelato al figlio la possibilità di una vita diversa? Oppure è della famiglia Sacerdoti che fa del protagonista un cinico edonista?

« Volendo proprio trovare a questo libro una morale - e lo dico con imbarazzo perché di solito non amo i romanzi a tesi - essa recita: che te ne fai di un colpevole? Da un punto di vista romanzesco, invece, l’incontro con la famiglia Sacerdoti è una sorta di primo morso alla mela del peccato: una volta assaggiata il Narratore scopre il piacere della menzogna e le mille voluttà del desiderio».

"Ognuno sta sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera". Quasimodo. Che molto assomiglia alle parole riportate sul retro di copertina: "E' difficile accettare il pensiero di essere i soli protagonisti della propria vita". Lei è arrivato a questa accettazione?

«Ho difficoltà a sovrapporre il mio pensiero a quello del Narratore. Di certo, il verso di Quasimodo esprime una verità sulla condizione umana con cui ho familiarizzato piuttosto precocemente».

L'appartenenza ad un gruppo, ad una fede religiosa o alla stessa miscredenza può procrastinare la presa di coscienza di una colpa che è perlopiù farina del nostro stesso sacco?

«Immagino che le religioni cosiddette monoteiste svolgano un ruolo lenitivo nelle vite dei credenti. Il manicheismo morale ha i suoi vantaggi: non c’è Dio senza un Diavolo che gli si opponga».

Perché il nome del protagonista rimane segreto? Quanto esiste di autobiografico nelle sue 434 pagine?

«Sebbene il mio eroe abbia avuto una vita decisamente più difficile della mia, non avrei avuto alcuna difficoltà a chiamarlo Alessandro Piperno. Ciò detto, l’anonimato del protagonista è solo uno dei tanti trucchi che mi sono divertito a disseminare in questo romanzo. Diciamo che amo giocare con il lettore al gatto con il topo. Del resto, converrà con me che battezzare un impostore non ha alcun senso».

Se non si scrive per le persone amate per chi si scrive?

«Temo di poter parlare solo per me. Quando scrivo sono animato soprattutto dal piacere di farlo. È un vizio: come il fumo o la droga. Tutto sarebbe più facile se non dovessi costantemente affrontare i giudizi del mio censore interiore. Diciamo che è un giudice parecchio severo. È soprattutto per lui che scrivo».

La felicità è sopravvalutata oppure è solo per chi "ha le palle"?

«Per quanto mi riguarda, la felicità è una gran bella rogna. Una delle poche lezioni impartite dalla grande narrativa (pensi a Julien Sorel o a Anna Karenina) è che la felicità assoluta è insostenibile».

Passiamo la vita a gettare nel fango i nostri genitori. Per poi riabilitarli, spesso trasformandoli in eroi. Il suo punto di vista in proposito?

«Non credo di averne uno. Constato che di norma i miei libri mettono in scena un figlio in difficoltà. Poche cose m’ispirano come il conflitto tra genitori e figli. È una cosa un po’ banale, lo so, ma non conosco altro».

Si può vivere sino in fondo una vita non nostra, da impostore?

«Da un punto di vista filosofico, lo dice bene Sartre, siamo tutti impostori. Lo è lei (perdoni l’impertinenza) nelle sue vesti di giornalista, lo sono io nei miei panni di scrittore. Non se ne esce».

Lei scrive che "nei momenti di crisi non ci resta che guardare intorno in cerca di qualcuno a cui affibbiare la colpa". A chi affibbiamo la colpa del Covid 19?

«Ribadisco: le persone intellettualmente deboli hanno la necessità di affibbiare la colpa a qualcuno. Tra i molti dissesti prodotti dalla pandemia in corso c’è anche questo: aver dato fiato ai cospirazionisti».

Ha mai pianto lacrime di commozione mente scriveva questo libro?

«Sarei un ipocrita (un impostore?) se le dicessi che scrivere questo romanzo non sia stata, oltre che una faticaccia, una grande emozione. Da qui alle lacrime ce ne corre. Immagino che uno scrittore sia come un comico: guai a ridere delle proprie battute».

Come si sente quando finisce un libro?

«Finire un libro è un gran sollievo. Ti dà il senso di uno scampato pericolo. È facile farsi prendere dall’euforia. Peccato che dopo qualche giorno inizi a sentirti orfano. O metti la testa su un altro progetto o sei perduto. “Di chi è la colpa” non ha fatto eccezione».

Come ne escono ebraismo e cattolicesimo alla resa dei conti?

«Con le ossa rotte, direi. Provo un indicibile avversione per le religioni. Non per i credenti, intendiamoci. Sarà per questo che da un punto di vista romanzesco sono così avvincenti».



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