Gazzetta di Modena

l’intervista 

Flexus, vent’anni da festeggiare «Album ispirato dalla nostra terra»

Laura Solieri
Flexus, vent’anni da festeggiare «Album ispirato dalla nostra terra»

“Le orchestre non suonano più” , dodici brani per Magnani, Brignone e Sartori 

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Laura Solieri

CARPI È uscito il nuovo album della band carpigiana Flexus, che quest’anno compie 20 anni di carriera. “Le orchestre non suonano più” per Caotica Musique su supporto fisico e su tutte le piattaforme digitali,è frutto di più di un anno di lavoro della band emiliana composta da Gianluca Magnani, Daniele Brignone ed Enrico Sartori, 12 tracce inedite con la collaborazione di Alessandro Pivetti che ha suonato e arrangiato i brani con la band.

Magnani, il disco vede la partecipazione di diversi musicisti: il violinista classico Rocco Malagoli, Mario Sehtl storico violinista nei live del gruppo, Daniele Rossi (violoncello), Enrico Pasini (flicorno), Pietro Rustichelli (corno). Cosa avete voluto raccontare in questo album?

«Sicuramente c’è un grande attaccamento alla nostra terra, vista da angolazioni sempre diverse. In “Dancing La Playa” si racconta di un incontro d’amore tra un operaio e una badante rumena all’interno di una di quelle grandi discoteche emiliane che un tempo erano vere cattedrali del divertimento e che oggi sopravvivono in qualche serata infrasettimanale con i balli latinoamericani. Ma c’è anche la storia delle nostre mondine raccontata ne “I pugni in tasca”. Io sono nipote di una mondina e spesso mi venivano raccontate queste storie lontane di giovani adolescenti che andavano a fare la stagione della monda in Piemonte, lavorando con i piedi nell’acqua per giorni e giorni. E poi c’è “E allora tu” il cui videoclip è stato girato sulle colline bolognesi insieme alla Banda Bignardi di Monzuno. Tanta Emilia, tante storie di oggi e di ieri che riaffiorano come tematiche di questo nuovo album».

Registrato in provincia e mixato a Berlino,l’album è frutto di contaminazioni anche territoriali...

«Il disco è stato registrato in vari studi di incisione del nostro territorio. La produzione e i missaggi del disco sono di Federico Truzzi: un compositore e tecnico del suono che da anni lavora per il mercato tedesco e vive a Berlino. Il lavoro di mix finale è stato fatto quindi “a distanza”, anche se oggi come oggi le tecnologie permettono una grande continuità di lavoro anche lontani migliaia di chilometri, con metodi che pochi anni fa potevano sembrare inimmaginabili».

Come avete rimodulato la vostra attività con il Covid?

«Da diversi anni, soprattutto nel periodo invernale, lavoriamo tantissimo nel teatro-ragazzi in particolar modo con “La storia del Rock”: una lezione concerto che racconta ai ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori un pezzo della storia del ‘900 attraverso la musica rock, dal blues delle origini fino ai Pink Floyd. E’ uno spettacolo che ad oggi ha superato le 600 repliche e che quindi ci ha dato molte soddisfazioni. Chiaramente dal primo lockdown in poi c’è stato un blocco pressoché totale del settore: solo nel 2020 più di 40 repliche sono saltate. Abbiamo quindi studiato strade nuove realizzando spettacoli in diretta streaming e sfruttando tutte le tecnologie per noi accessibili. Il nuovo album è sicuramente figlio di questo periodo. Abbiamo potuto concedere a queste nuove canzoni il lusso del tempo, lavorando su ogni particolare e pensandolo come un disco di altri tempi. E’ un album nato dopo tante prove e suonato collettivamente. Il titolo “Le orchestre non suonano più” vuole ironicamente ricollegarsi anche a questo. In un periodo di individualismo assoluto, anche dal punto di vista musicale, noi abbiamo lavorato all’opposto registrando insieme, coinvolgendo una banda di paese, un coro di mondine e una piccola orchestra d’archi».



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