Gazzetta di Modena

al teatro comunale 

Roberto Zappalà «Con Rifare Bach i corpi danzano un genio assoluto»

Paola Ducci
Roberto Zappalà «Con Rifare Bach i corpi danzano un genio assoluto»

«La sua musica incarna l’ideale di arte pura» Stasera lo spettacolo della compagnia siciliana 

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Paola Ducci

MODENA. “Rifare Bach” della Compagnia Zappalà Danza è il titolo dello spettacolo che va in scena questa sera al Teatro Comunale Pavarotti Freni di Modena per la rassegna autunnale di balletto.

La nota ed inconfondibile compagnia siciliana dedica una serata al grande compositore tedesco nel trentennale della sua attività. Le coreografie portano la firma del coreografo Roberto Zappalà, fondatore della compagnia e responsabile del recupero e ideazione di "Scenario Pubblico" a Catania, aperto nel 2002, residenza della Compagnia Zappalà Danza e raro esempio in Italia di Centro coreografico europeo.

Molto conosciuto nel panorama della danza contemporanea italiana, nel 2013 Zappalà ha ricevuto il Premio dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro e con la sua compagnia diversi premi tra cui il Premio Danza&Danza. Dal 2015, la compagnia è riconosciuta dal Ministero della Cultura Centro Nazionale di Produzione della Danza.

Roberto Zappalà perché uno spettacolo su Bach da titolo “Rifare Bach”?

«Johann Sebastian Bach, con la sua musica cristallina e preziosa incarna per me l’ideale di un’arte pura e totalmente “onesta”. Bach è sicuramente tra i miei compositori preferiti e da sempre nella mia testa vi è un viaggio legato a lui. Poi due anni fa l’esigenza di dedicargli un intero spettacolo perché le sue composizioni, che nello spettacolo abbiamo anche arrangiato attraverso diversi strumenti musicali e stili, con sfumature che vanno dall’elettronica al jazz, alla composizione per orchestra, incarnano il naturale percorso dell’alternanza di suoni e silenzi che la natura segue nella sua quotidianità. Il titolo “Rifare Bach” vuole allora essere un richiamo alle tante rivisitazioni musicali che nel tempo sono state fatte delle opere di questo immenso compositore tedesco».

Cosa c’è al centro di questo spettacolo?

«Un universo coreografico che mette al centro il corpo, con la sua naturale bellezza e tutta la sua fragilità, quale elemento fondante e transito ineludibile. Ma la naturale bellezza del corpo dei danzatori e della musica di Bach ha nella creazione un corollario di suoni della natura e del mondo animale, come delle “mini ouverture” che introducono le note bachiane. Immagini bucoliche si susseguono, una natura quasi da alba dell’umanità dove i suoni dell’oggi, della sua violenza e tragedia sono ancora assenti. Mi piace però anche vederlo come un grido d’allarme “futurista” che crea spazi su cui riflettere e sul sentire comune a volte assopito, ma più di tutto uno spazio dove silenzio, ascolto, percezione e gesto saranno presenti in modo unitario nel rispetto delle singole differenze».

Qual è il motore della ricerca che porta al suo inimitabile stile? Da dove attinge?

«Il motore della mia ricerca sono le mie origini che senza ombra di dubbio attingono dal territorio che abito e vivo: la Sicilia. La mia terra da sempre mi coinvolge in tutti i suoi aspetti, anche quelli più estremi. Dalla gente, impregnata di quell’arroganza buona del sud, che ti sa accogliere a braccia aperte, alla tradizione culinaria così come alla conformazione naturale del territorio. Durante il primo lockdown mi sono ritirato nella mia casa sulle pendici dell’ Etna e lì, in solitudine, l’incontro con il vulcano e tutto ciò che ci sta intorno è stato più intenso che mai. La mia ricerca attinge da lì e mi riporta alla mia concezione di danza, che preferisce arrivare prima al cuore e poi al cervello, o, come diceva Baudelaire, “glorificare l’immagine ancor prima che il significato”. Io sono dell’idea che la danza non vada per forza capita ma fruita, proprio come si fa con l’arte».

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