La Carrozzeria Orfeo ti convince che andare a teatro è una necessità
AL MICHELANGELO. SI REPLICA FINO A QUESTA SERA
ANDREA MARCHESELLI
Si intitola “Miracoli metropolitani”, l’ultimo spettacolo di Carrozzeria Orfeo in scena al teatro Michelangelo fino a questa sera, ma di miracoloso c’è davvero poco. Al contrario, c’è uno spettacolo che onora il concetto di teatro come luogo entro cui rispecchiarsi per trovare le motivazioni, le dinamiche di un auspicabile cambiamento.
Un teatro, cioè, che divertendo (perché in questo spettacolo nonostante tutto è quasi impossibile non ridere) ti accompagna in una riflessione sul mondo e le sue prospettive. Al limite, di miracoloso c’è il fatto di poter constatare che al di là di tanti luoghi comuni nel mondo dello spettacolo si trovi ancora tanta professionalità come quella di questa compagnia che ambisce “fotografare un’umanità socialmente instabile, carica di nevrosi e debolezze, attraverso un occhio sempre divertito e, soprattutto, innamorato dei personaggi che racconta”. E lo fa benissimo in “Miracoli metropolitani”, ove si è proiettati in una dimensione che potrebbe apparire distopica se non fosse così spaventosamente vicina a certe notizie di cronaca: il blocco delle fogne londinesi, le diverse occasioni di confinamento in casa, la tensione razziale sfruttata anche a fini politici, i problemi della malnutrizione, le speculazioni sulle intolleranze alimentari… In un’officina da carrozziere dismessa cerca di sopravvivere l’attività di un ristorante che da stellato si è trasformato in cucina etnica da asporto, a causa di una crisi che paventa addirittura la guerra civile. La proprietaria, qualunquista senza scrupoli, ha trovato il modo di arrotondare fornendo con dubbia certificazione pasti ai celiaci; attorno a lei gravita una umanità dai tratti emblematici: il suo compagno è un cuoco sceso dalla stella Michelin a questo stato, l’aiutante in cucina è una etiope che ha patito tutti gli orrori dei migranti, il figlio è un adolescente ignorante e inconcludente per di più razzista, il fattorino un carcerato in semilibertà velleitariamente in cerca di riscatto nei modi sempre sbagliati, la suocera una fallita femminista ex brigatista, finché arriva un agente esterno, un ex professore in crisi depressiva che diventerà una sorta di deus ex machina che metterà in modo lo sviluppo della vicenda. La scrittura di Gabriele Di Luca, pure regista dello spettacolo, ci proietta con sapienza in un contesto di inquietante verosimiglianza per le attinenze al dato reale con la leggerezza di chi sa gestire la difficile arte della commedia; gli interpreti, da Beatrice Schiros a Federico Vanni, da Massimiliano Setti ad Ambra Chiarello, ed ancora Elsa Bossi, Aleph Viola, Federico Gatti, appaiono tutti estremamente convincenti in questi esseri sgangherati che si arrabattano per una sopravvivenza complicatissima prima di tutto sul piano morale. Insomma, al Michelangelo questa settimana è in scena uno di quegli spettacoli che convincono della opportunità, se non addirittura della necessità, di andare a teatro per una infinità di motivi che in sintesi fondono il bisogno di ridere con quello di riflettere su noi stessi.
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