Gazzetta di Modena

l’intervista 

Marco Bellocchio: «Questa volta vi racconto la mia famiglia»

PAOLA DUCCI
Marco Bellocchio: «Questa volta vi racconto la mia famiglia»

Il docufilm «Marx può aspettare» apre “ViaEmili@docfest” e sabato il regista sarà ospite di un dibattito alla Truffaut

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PAOLA DUCCI

“Marx può aspettare” diretto da Marco Bellocchio è il docufilm che aprirà oggi alle 16 la dodicesima edizione di “ViaEmili@docfest”, il festival del cinema documentario in programma a Modena al Cinema Astra, da oggi fino a domenica con dodici proiezioni a ingresso libero con prenotazione. Oltre ai documentari più belli del panorama italiano del momento, il festival proporrà incontri con registi, dibattiti e confronti sul futuro del settore e il concorso online che premierà le opere migliori realizzate dalle scuole di cinema italiane. Marco Bellocchio, sarà a Modena sabato pomeriggio alla sala Truffaut dove dialogherà con Duccio Chiarini su “Ritratto di famiglia: l’autobiografia nel documentario”. "Marx può aspettare" è un documentario sulla famiglia del regista che si sofferma in particolare su Camillo, il gemello di Marco, morto il 27 dicembre 1968. Bellocchio affronta il grigio tema del lutto, il dolore da sopportare tra fratelli, con la volontà di nascondere una tragedia simile alla loro madre.

Marco Bellocchio c’è stato un giorno o un istante in cui lei ha deciso che era giunto il momento di raccontare anche questa storia così intima e tragica della sua famiglia?

«Si, era il giorno di Natale del 2016. Stavamo partecipando tutti al consueto pranzo in cui per l’occasione si festeggiava anche l’arrivo di due nuovi nipotini e i compleanni del mese di due dei miei fratelli. In quel momento mi accorsi che di anno in anno c’erano testimoni della mia vita che stavano scomparendo e allora ho sentito l’esigenza di raccontare anche di quella parte della mia vita. Non è che volessi lasciare la verità ai posteri, semplicemente mi sembrava che questa fosse l’ultima occasione per raccontare anche questo pezzo della mia vita. Delle mie sorelle già avevo parlato, erano apparse nei miei film precedenti, ma dei miei fratelli no e soprattutto di Camillo e della sua tragica morte. Del resto, fino a quel momento c’erano state due costrizioni che mi impedivano di parlare di lui: la presenza in vita di mia madre e la frequentazione dei seminari di analisi collettiva finalizzati all’andare verso l’avvenire che non contemplavano una riflessione amorevole sul fatto tragico. Ma quelle cose non c'erano più e quel giorno qualcosa scattò nella mia testa. A breve cominciai le riprese che durarono 4 anni».

Quale era il suo rapporto con Camillo?

«Il mio era un rapporto diverso da quello che si è soliti pensare tra gemelli. Spesso i gemelli vivono rapporti di intimità simbiotica. Noi no. Sono franco, non siamo mai stati veri amici: interessi diversi, scuole diverse, amici diversi, c’era una distanza tra noi. Lui divenne insegnante di educazione fisica e io mi dedicai al cinema. Nel documentario c’è una lettera molto importante che riporto che lui mi scrisse e che racconta di come forse mi chiedeva aiuto, rivolgendosi a me come a una persona che in qualche modo aveva raggiunto degli obiettivi importanti nella vita. Ma io non sono stato capace di rispondergli con vero affetto e vero amore. Ho sempre dato lui solo risposte sommarie e non mi sono reso conto di ciò che stava accadendo. Questa è la verità».

Perché “Marx può aspettare”?

«Perché sono le ultime parole che mi disse Camillo prima di andarsene, in risposta a miei stimoli che per lui non avevano importanza. Era il '68, io ero invasato di politica e da un’idea rivoluzionaria, cercavo di coinvolgerlo perché ero convinto che il suo senso di fallimento poteva essere superato attraverso un coinvolgimento politico. Credevo che i suoi fossero malanni borghesi e che la rivoluzione potesse esserne la cura. Invece no, non per lui. Fu allora che all’ennesima mia insistenza mi rispose: “Marx può aspettare”, poi più nulla. Nessuno in famiglia si sarebbe aspettato un finale così terribile».

Che effetto le fa rivedere la sua storia sullo schermo con lei presente? È la prima volta che si pone davanti alla macchina da presa.

«È interessante. Soprattutto rendersi conto del tempo che passa. Vedersi sullo schermo non è come vedersi allo specchio ogni mattina. Mi sono visto per quello che sono, ho notato le rughe sul mio volto e devo dire che è stato un sollievo. Il più grande errore della mia vita sarebbe stato sottrarmi alla mia storia e alla camera da presa per raccontarla. Il film vive del fatto che era una necessità e che io sono presente come persona».



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