Malosti e “Se questo è un uomo” lo spettacolo di cui c’è bisogno
ANDREA MARCHESELLI
Non era facile ridurre a testo teatrale un’opera letteraria così particolare come “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ove la narrazione si colora di una infinità di registri espressivi, percettivi, di pensiero, come sottolinea Valter Malosti nel presentare l’omonimo spettacolo che ha ideato assieme a Domenico Scarpa, in scena al Teatro Storchi fino a domani. Sicuramente sarebbero state sufficienti le sole parole che Levi, più che scrivere, ha quasi estirpato dalla propria anima, dal proprio corpo martoriato, per trasmettere l’orrore vissuto nella tragica esperienza del campo di sterminio nazista, ma così sarebbe stato un semplice monologo. Malosti, invece, voleva “creare un’opera che fosse scabra e potente, come se quelle parole apparissero scolpite nella pietra”, trovando l’adeguato supporto nelle suggestive scene di Margherita Palli, nell’immaginario sonoro concepito da Gup Alcaro, nei video di Luca Brinchi e Daniele Spanò, nella creatività di Carlo Boccadoro che ha musicato in forma di madrigale i versi scritti da Levi subito dopo essere tornato da Auschwitz. Questi ultimi introducono allo spettacolo proiettandoti immediatamente nella dimensione emotiva del labirinto infernale dei lager; qui, il teatro si riempie di sonorità dissonanti, uno stridore che investe lo spettatore che da qui in avanti verrà accompagnato nell’incubo di un percorso che associa ai tratti diaristici riflessioni, rimandi morali, fotogrammi del pensiero.
La voce di Valter Malosti guida infatti nei meandri del racconto di Lievi quasi fossero una sorta di continuazione dell’inferno dantesco; l’efficacia dell’operazione deriva proprio dal brillante impianto creativo che il regista e interprete ha saputo costruire e che riempie di suoni, di luci, di immagini la scena, sulla quale fanno apparizione i corpi di Camilla Sandri Bellezza e Giacomo Zandonà che incarnano gli incubi che emergono dai ricordi della deportazione. In questo modo lo spettacolo si articola come una metafora complessa che in definitiva intende rimarcare in prima istanza il concetto di solitudine, ciò a cui l'uomo si è abbandonato realizzando la propria incapacità di unirsi per affrontare la devastazione fisica e morale dello sterminio.
Ecco dunque che assume pieno significato la figura dell'uomo solo, con la valigia in mano, sullo spazio scenico ove riemergono gli orrori dei ricordi, con la voce che a tratti sembra rompersi per il dolore, scevra peraltro di qualsivoglia coloritura, giacché solo un grigio triste e miserevole si direbbe possa essere associato alla situazione. È una discesa agli inferi, senza possibilità di ritorno per una umanità che non potrà mai sanare veramente le ferite prodotte dalla propria follia. Uno spettacolo, dunque, che in questo momento storico assume significati che potenzialmente vanno ben al di là della sola valenza estetica, bisognosi come siamo di allontanare ogni tentativo di un'ipocrita revisionismo storico.
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