Un modenese a Parigi Mattioli svela la città «Lasciatevi stupire dai suoi mille volti»
Il giornalista ha pubblicato un libro sulla capitale francese frutto di un amore nato da bambino e di tre anni da parigino
CRISTIANA MINELLI
Ad Alberto Mattioli, modenese di nascita, cittadino del mondo per lavoro e per piacere, soprattutto a Parigi, piace fare il flâneur. E cioè girovagare per le sue strade senza meta, senza un vero scopo, per il solo gusto di farlo. Secondo lui «Parigi è un capolavoro di pietra realizzato da chi in realtà sogna la natura». Cioè una specie di prodigio, e, come si sa, dai prodigi è facile rimanere stregati. Il suo, per la capitale francese, è stato un colpo di fulmine fin da quando, bambino, l’ha vista per la prima volta. Lo racconta nel suo ultimo libro «Un italiano a Parigi. Storia di un amore», (Garzanti, pp. 144, € 16,00). Molti pensano di conoscere la Ville Lumière perché ne hanno visitato i musei, frequentato i bistrot, calcato i boulevard e scattato molte fotografie. Perché hanno addentato una baguette, scartabellato le mercanzie di qualche bouquiniste o buttato giù un «calva». Ma Parigi, quella vera, non è quella dei selfie davanti alla Tour Eiffel o alla Piramide di Pei accanto al Louvre. Alberto Mattioli, giornalista e scrittore, che nella capitale francese ha vissuto tre anni, da parigino e non da turista, come corrispondente per «La Stampa», sa bene che è una città sempre capace di sorprendere. A lettore di questo libro, in ogni caso, sembrerà di visitarla per la prima volta.
Il suo «flaner» dove l'ha portata?
«A questo libro. Che si rivolge al viaggiatore, non al turista. Non si tratta di una guida turistica ma, come dicono i francesi, di una guida spirituale, scritta appositamente per farsi trasportare. Girovagare è sempre il modo migliore per andare alla scoperta di una città, per chiunque abbia tempo, voglia, buone gambe e un po’ di curiosità. Parigi, poi, è come una cipolla, è fatta a strati: città moderna, belle époque, romantica, del futuro. Sotto ognuno di questi strati c’è una storia».
Si può essere “non parigini” e diventare più parigini dei parigini?
«Sì. Perché i parigini escono il meno possibile dal loro quartiere e conoscono pochissimo la città. Conducono una vita stretta nel percorso casa, métro, lavoro, métro, casa. La conoscono meglio gli innamorati folli, quelli che non affondano lì le loro radici. Maigret, ad esempio, è un grande innamorato di Parigi perché Georges Simenon, lo scrittore (belga) che l’ha creato, ne era innamorato. Come anche Hemingway. Io, forse un po’ in controtendenza con quella globale decisamente anglofona, sono francofono, ho avuto un imprinting francese. Questa città, che frequento da più di quarant’anni, continua a sorprendermi. E diventa più sorprendente e interessante appena si esce dal luogo comune, dallo stereotipo».
Una città che qualche volta l’ha delusa, ma, scrive, mai tradita.
«Confermo. Non è facile avere a che fare con i parigini, con una metropoli che va sempre di fretta, che non è più una capitale politica e forse nemmeno culturale. Ma una volta penetrata la dura scorza, dà tantissimo, perché, comunque, resta la capitale della bellezza e della grazia».
Parigi, ex ombelico de mondo, oggi cos’è?
«Una grande quinta teatrale dove convivono realtà e immaginazione Non sono molte le città del mondo dove coesistono, confondendosi, la realtà e il mito. Forse Venezia, Roma, New York».
Che Parigi è quella minore ma non minima?
«Non la metropoli, che resta il centro direzionale di Francia. Ma la città nascosta, che conserva intatto il suo fascino. A Parigi non c’è niente da buttare».
Cos’è la «cuisine bourgeoise»? Ci sono ancora buoni ristoranti a Parigi dove mangiare buona cucina francese a prezzi abbordabili?
«Sono davvero pochissimi. Nel libro ne propongo alcuni. La «cuisine bourgeoise» è l’equivalente di quella proposta agli italiani dall’Artusi. Bisogna uscire dal girone infernale delle brasserie e cercare i ristoranti tradizionali, che cucinano come le nostre buone trattorie».
Il Marais, quartiere oggi modaiolo e gender flud, di gender anche un po’ vegetariano e macrobiotico, appena svoltato l’angolo, è ancora il vecchio Marais dove trovare un artigiano curvo nella sua bottega o una prostituta che adesca clienti dimentica dell’era digitale. Un quartiere, per così dire, paradgmatico di questa città?
«Sì. Il Marais, che nel ‘600 è stato il quartier generale di ricchi e nobili, e perciò, dal punto di vista architettonico, magnifico, fino agli anni ’70 era malfamato. Oggi capita di vedere sullo stesso marciapiede un ebreo ortodosso e una coppia omosessuale che passeggia mano nella mano. Boutique à la page e locali up to date. E, inaspettatamente, angoli, nascosti, che sembrano usciti da una fotografia di Doisneau».
Lei, a Parigi, abita nella stessa strada dove ha abitato Binet, che, a suo tempo, faceva le parrucche per il Re Sole. Uno dei segreti capaci di rendere questa città unica…
«Sto anche a tre portoni dalla casa di Lully, che ha inventato l’opera francese, e vicino alla casa dove morì Molière che ebbe un malore in scena e si accasciò sulla poltrona oggi tenuta sotto vetro, come una reliquia, a 200 metri da casa mia».
Insomma, al di là di come è stata celebrata, raccontata, disegnata, fotografata, c’è anche una Parigi ancora tutta da scoprire, la sua è una guida impossibile?
«È una passeggiata tra i venti arrondissement della città, il racconto sentimentale di una dei centri più rivoluzionari e allo stesso tempo più conservatori che esistano. Ad esempio, tutte le mattine, su «Le Figaro», ancora oggi, si può leggere il necrologio di un nobile. «Monsieur Le Duc …», «Madame la Marquise…». Sono ancora tutti lì, invisibili, nascosti nei loro palazzi e palazzetti nobiliari, al riparo di qualche castello affogato nella macchia, eppure, indefinitamente presenti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
