Gazzetta di Modena

“Le donne di Kabul” di Cristina Roncati tra i segni antiviolenza di Claudia Manenti

Michele Fuoco
“Le donne di Kabul” di Cristina Roncati tra i segni antiviolenza di Claudia Manenti

Prosegue la mostra al Centro Studi Muratori fino al 28 novembre.  le sculture dialogano con le strutture grafiche della bresciana 

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Michele Fuoco

Per Cristina Roncati la scultura può acquistare valore anche sociale. E da tempo l’artista modenese riflette sulla condizione della donna che, in questo momento, è particolarmente inquietante in Afganistan, dove hanno preso, il 15 agosto, il potere i talebani che hanno chiuso moltissimi media locali e sospesi molti programmi, come quelli comici e musicali. Le restrizioni per il mondo femminile sono assurde, se solo si considera che per le donne è vietato, ad eccezione di infermiere e medici, lavorare fuori casa. Lo si può, se le donne vengono accompagnate da un parente stretto, come un padre, fratello, marito. Una condizione di angoscia che la Roncati esprime nelle “donne di Kabul” che, esposte fino al 28 novembre, al Centro Studi Muratori, trattengono una segreta e tetra disperazione, una plumbea tristezza, sostenuta da un tetro colore che avvolge la sostanza dei diversi materiali di cui ogni scultura si compone. Le donne afgane sono coraggiose, battagliere, sono scese in strade per rivendicare i loro diritti, istruzione, lavoro e libertà, senza paura, a costo di perdere la vita. Ma i risultati, nonostante le buone promesse di libertà, sono stati nulli. La Roncati, figura d’artista ben nota non solo a Modena (sostenuta dai critici Francesco Arcangeli e Renato Barilli) non le raffigura nei gesti di rivolta. Lo sconforto, l’abbattimento morale e fisico è fortemente interiore. Tutte raccolte in sé, le figure sembrano prigioniere di una loro antica condizione, di una segreta fatalità. Le pieghe dei loro vestiti sembrano percorsi dai segni di esistenze inquiete, di turbamenti e di angosce, anche per l’impossibilità delle donne di rapporto con gli altri, con il mondo. Con leggerezza di immagine si presentano, invece, le opere di Claudia Manenti che, qualche tempo, impiega la penna sfera per costruire strutture segniche che determinano una piacevole rappresentazione astratta. Meticolosa e raffinata la tecnica che porta ad una coralità d’immagine, di fantasia costruttiva, che mantiene una sua individuale rappresentazione. Ogni particolare riceve una vivace ingegnosità organizzativa che risponde ad un criterio di selezione unitaria su fogli di carta sottilissima da incollare, come tanti tasselli di un mosaico, su un grande supporto in legno che pare vestirsi di uno spettacolo della maestria. Un collage puntuale offre l’artista bresciana in una inestricabile rete di composizioni di linearismo rigoroso nei colori blu, rosso, verde, nero. La trama acquista una piacevole configurazione dinamica che non può lasciare indifferenti i visitatori. E un visitatore manifesta il suo pensiero, scrivendo che “la sua opera è molto raffinata. Parla di un’anima gentile che aspira alla perfezione e all’armonia della vita”. L’artista ha sempre privilegiato il linguaggio realistico, con dipinti dove la donna diventa protagonista. Ora questi nuovi lavori vogliono forse indicare una nuova strada, quella di elevazione e di ordine che la donna può perseguire, come riscatto, contro i segni della violenza, della brutalità, dei soprusi, dell’annientamento della dignità umana. Da ammirare nella saletta una installazione, dal titolo “Palafitte”, dove le sculture della Roncati dialogano con i colori della Manenti.



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