Con Rifici il “Macbeth” di Shakespeare si svela sul lettino dello psicanalista
l’intervista
elena pelloni
Da stasera a domenica, il teatro Storchi di Modena ospiterà il Macbeth di Carmelo Rifici, riscritto a quattro mani con Angela Dematté, storica compagna di lavoro e scrittura.
“Macbeth, le cose nascoste” è il titolo integrale voluto da Rifici-Demattè per raccontare, con un nuovo allestimento, la storica tragedia shakespeariana. L’indagine svolta su uno dei testi più discussi e amati del grande drammaturgo inglese si è avvalsa della consulenza di due psicoanalisti di scuola junghiana, Giuseppe Lombardi e Giuliana Vigato. Lo spettacolo nasce infatti da un viaggio nell’anima degli attori alla ricerca dei loro lati nascosti, in cui il regista cerca uno spazio di condivisione tra loro e gli spettatori. La singolarità del progetto sta proprio nell’aver creato un’equipe di scrittura composta da regista, drammaturga, psicoanalista, psicoterapeuta e Dramaturg, qui Simona Gonella.
Carmelo Rifici, cosa vi ha spinti a un lavoro di indagine così approfondito sul testo del Macbeth?
«Abbiamo voluto lavorare attorno al Macbeth, per attraversare il testo utilizzando strumenti che non sono prettamente teatrali. Un metodo che avevamo già utilizzato in precedenza lavorando su Ifigenia. Al tempo, avevamo svolto un’indagine antropologica. Questa volta abbiamo filtrato il testo attraverso la psicanalisi. Questo non significa che abbiamo portato avanti un lavoro di analisi sull’attore quanto piuttosto uno studio dell’archetipo con un’equipe scientifica di psicanalisti».
Possiamo quindi dire che avete psicanalizzato i personaggi del Macbeth?
«Ne abbiamo cercato gli archetipi nascosti, per comprendere quale tipo di sistema nascosto c’è sotto al Macbeth. Volevamo capire che tipo di personalità psicotiche si celano all’interno di personaggi come Macbeth o le streghe. Oltre alla natura dei rapporti che lega tra loro tutti i personaggi, specialmente Macbeth e Banquo. E poi come mai, nel testo, si nasconda una numerologia estremamente archetipica e cosa possa significare».
Da quante fasi è stato caratterizzato lo studio?
«La prima indagine attorno agli archetipi del Macbeth è stata fatta inizialmente, in assenza degli attori. Questa fase iniziale è durata circa un anno, durante la quale Angela Dematté e io abbiamo svolto un primo lavoro di indagine assieme a Giuseppe Lombardi e Giuliana Vigato. A inizio di decembre del 2018 abbiamo inviato una lettera ad attori e persone che gravitano attorno al teatro, anche non professionisti. In questa lettera si invitava chiunque volesse a partecipare a un week end vicino Varese. L’unico requisito richiesto era quello della lettura del Macbeth. In quell’occasione abbiamo svolto due giorni di analisi, nel senso che ogni partecipante entrava a turno nello studio dello psicanalista in cui si trovava tutta l’equipe di noi autori. Un pretesto, insomma, per parlare del rapporto tra la persona e un testo letterario di questo genere. Queste sedute hanno dato vita alla riscrittura del nostro Macbeth».
A che risultati ha portato?
«Siamo andati davvero in profondità di quelli che sono gli archetipi e l’inconscio collettivo che il testo shakespeariano sprigiona. E vorrei dire, inoltre, che gli attori sono stati estremamente generosi nel donarsi per la realizzazione di uno spettacolo così stratificato e compromettente. Hanno dimostrato grande curiosità nei confronti di un lavoro molto complesso».
Come si articola lo spettacolo?
«È stato suddiviso in tre parti. Nella prima c’è il rapporto tra chi recita e il testo. Nella seconda parte entrano le relazioni dei personaggi, quindi si affonda nei rapporti tra Macbeth, Lady Macbeth e Banquo. E la terza parte affronta il regno misterico delle streghe dove si sprigiona l’inconscio collettivo e in cui vorremo trascinare il pubblico, per indagare insieme i significati dell’archetipo. Come ad esempio quello del male, parola potente e abusata allo stesso tempo».
Che ruolo ha, nel processo creativo, il Dramaturg?
«Simona Gonella ha il compito di riportare tutto alla concretezza, segnalando le parti non attinenti. Da una parte ci aiuta a chiarire gli aspetti meno efficaci del testo, dall’altra fa entrare regista e drammaturgo in un rapporto più complesso della materia».
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