Gazzetta di Modena

LA RECENSIONE 

Il Macbeth di Rifici e Demattè porta Shakespeare in psicanalisi

ANDREA MARCHESELLI

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ANDREA MARCHESELLI

È certamente interessante il progetto “Macbeth, le cose nascoste” che Carmelo Rifici e Angela Demattè hanno elaborato, per il LAC Lugano Arte e Cultura, sulla tragedia shakespeariana: una sua riscrittura che parte da una ricerca psicanalitica attraverso la quale potessero emergere punti di contatto tra gli interpreti, sottoposti a terapia, il personaggio di Macbeth e la sua tragica vicenda. Con la consulenza di uno psicanalista e una psicoterapeuta, Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, con il contributo di Simona Gonella sul piano drammaturgico e un articolato collettivo di professionisti della messa in scena, l’idea era infatti anche quella di far dialogare le storie personali degli attori con quelle dei protagonisti della tragedia perché potessero riaffiorare le ombre da cui anticamente avevano avuto origine streghe e fantasmi e che oggi riconduciamo alla sfera della psiche, sempre col proposito di giungere allo svelamento dei misteri sottesi alle scelte comportamentali, alla rivelazione di quanto risiede negli abissi della coscienza di ciascuno. Lo spettacolo, in scena al Teatro Storchi questa settimana (termina questo pomeriggio alle 16,00) è strutturato in cinque parti, come la tragedia classica, sebbene qui si trovino solamente prologo, tre azioni e l’epilogo. Le musiche di Zeno Gabaglio stendono una sorta di solida rete immaginaria attorno alla quale si avvolgono gli atti dei personaggi, le luci di Gianni Staropoli emergono sempre più protagoniste, a mano a mano che la vicenda si sviluppa. Le cose si complicano quando si realizza che gli attori si alternano nell’interpretazione dei personaggi, che riconosciamo dall’abbigliamento, ciascuno lasciandone intravedere una propria personale rilettura, acuita da registri interpretativi naturalmente differenti, mentre il tutto si arricchisce di insistiti rimandi allegorici e simbolici, dal sangue delle vittime che rimane sui carnefici alla trasformazione di Fleance in una divinità dorata e in una vittima sacrificale che rimanda agli usi ancestrali del mondo agricolo. Ovviamente l’originale shakespeariano ritorna solo attraverso alcune scene clou che si concentrano principalmente sulla riproposizione dei momenti più tragici e violenti, ma si è capito che Macbeth è divenuto ormai un archetipo, più che un testo drammatico, col quale fare i conti e sul quale esercitare una personale ricerca di sé stessi. Un problema, tuttavia, emerge a nostro parere quando il progetto si fa azione scenica, che nella ridondanza di sollecitazioni non trova il ritmo più adeguato al loro dipanamento; lo spettacolo cresce, in tal senso, poco alla volta, ma è abbastanza faticoso nel prologo in cui si presentano i diversi temi e quando questi troveranno il loro svolgimento il rischio è di trovare lo spettatore già un po’ provato. Peraltro, proprio l’ultima parte è quella più magicamente suggestiva, per la perfetta coesione di storia, messa in scena e interpretazione di una compagnia di attori davvero tutti assai bravi nel destreggiarsi in un allestimento di tale complessità.

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