«Il mio spettacolo contro la piaga dei femminicidi: riflessioni, ma anche ironia»
Valeria Perdonò presenta il recital «Amorevoli assassini» «Quasi una chiacchierata per capire e trovare risposte»
alice benatti
Si chiama “Amorosi assassini…facciamo finta di niente dai! ” il recital di teatro-canzone che Valeria Perdonò, attrice e speaker attiva in numerosi progetti contro la violenza sulle donne, porterà domani sera alle 20. 30 al Teatro Storchi (l’ingresso è gratuito su prenotazione).
Musica, cronaca e poesia si intrecciano in uno spettacolo che la vedrà sul palco insieme al musicista Carlo Amleto per parlare di stereotipi, sopraffazione, possesso e femminicidi. L’amore? Beh, quello non c’entra mai.
Partiamo dal titolo “Amorosi assassini”. Si coglie subito la provocazione di mettere insieme amore e violenza, amore e morte…
«Esatto. C’è un ossimoro interno, un errore, una stortura che è esattamente quello che accade davvero troppe volte. Viene raccontato che lui era troppo innamorato o è lui stesso a dire “Io in realtà l’amavo ma”. Ecco: c’è sempre un “ma”. Se parliamo di femminicidi questi episodi estremi riguardano quasi sempre una relazione definita amorosa – ma che in realtà, appunto, amorosa non è – che avvengono quando la storia è conclusa e questi uomini non ne accettano la fine oppure mentre una donna sta cercando di chiuderla e il “no” non viene accettato. Entrano in una dinamica di totale possesso: non accettano di perdere l’oggetto del loro desiderio e se non può essere loro non può essere di nessun altro, quindi neanche del mondo, perciò deve morire e male. Tra l’altro nello spettacolo si parlerà del concetto di raptus: una parola usata spesso – “ha avuto un raptus, è andato fuori di testa” – ma che nella letteratura scientifica non esiste. Non quando commissioni a persone di lanciare dell’acido in faccia alla tua donna, non quando la segui o la minacci, non quando – come nel caso della storia che raccontiamo noi – architetti un piano per andarla a trovare a casa, massacrarla, infilarla in un sacco porta abiti e metterla addirittura in un cassonetto. Insomma…un “raptus” che è durato ore! Evidentemente c’è molto altro sotto.
Cosa deve aspettarsi da questo spettacolo il pubblico che verrà a teatro? Intanto non sarà sola ma con un altro artista…
«Saremo io e Carlo Amleto che è musicista, cantautore e attore. Il pubblico quindi vedrà un uomo e una donna che, insieme, cercano di aprire una riflessione su questo tema. In primis per una ragione: penso sia tempo di raccontare e di far vedere che uomini e le donne non sono nemici. Avere istanze femministe e cercare di diffondere un pensiero egualitario non significa dire per forza che gli uomini sono nostri nemici, anzi devono essere nostri alleati quelli che comprendono l’importanza di denunciare certi episodi, raccontarli in un’opera culturale ed evidenziare anche tutta una serie di discriminazioni che sono al di là della violenza fisica ed esteriore. Nello spettacolo infatti si parla di violenza a 360° quindi violenza sono anche gli stereotipi che impongono una serie di discriminazioni. Dunque la presenza di quest’uomo è molto importante così come lo è la presenza della musica. Sarà una sorta di recital di teatro-canzone che ricorda i vecchi recital in cui la musica entra tra un racconto e l’altro, permettendo di distendere molte tensioni e di raccontare con un linguaggio diverso, emozionale ed empatico. Così come fa la poesia…che riesce ad arrivare sia al livello di comprensione intellettivo che emozionale. E poi c’è un altro elemento che noi proviamo a portare che è quello della leggerezza e dell’ironia».
Come? Come far riflettere su questi temi attraverso l’ironia?
«Non sminuendo la questione ma portando il livello della conversazione e della riflessione a un piano più umano: davvero come se tra il palco e la platea fosse in corso una chiacchierata. Noi cerchiamo di capire cos’è successo nella vicenda che raccontiamo, presentiamo dati, numeri, narriamo stereotipi delle nostre mamme e delle nostre nonne quindi qualcosa che ci è molto vicino. Non abbiamo delle soluzioni perché sarebbe stupido e presuntuoso pensare di avere la “ricetta” infatti nello spettacolo ci sono domande che restano aperte, senza risposta, ma lo scopo è proprio questo: offrire alle persone spunti, elementi di riflessione in più per farsi queste domande in modo critico e poi trovare delle risposte nella vita di tutti i giorni».
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