Noris Cametti Ponzana: «La scrittura, una terapia per raccontarmi e cercare delle risposte»
La scrittrice oggi pomeriggio ospite della Casa delle donne presenta il suo tredicesimo libro «Eravamo tre sorelle»
SILVIA BONACINI
Si conclude il ciclo di presentazioni di libri promosso dal Centro documentazione donna nell’ambito del progetto In prima persona femminile, con il testo di Noris Cametti Ponzana «Eravamo tre sorelle», presso la Casa delle donne, oggi alle ore 18. L’autrice, di origine piemontese, arrivata in città negli anni ’60 seguendo il marito Generale dell’Accademia, e che proprio a Modena inizia la sua attività di scrittrice.
Tredici libri al suo attivo, tutti pubblicati con Il Fiorino, che spaziano dalle memorie personali alla poesia. Da tempo, infatti, si è dedicata all’autobiografia su sollecitazione dei corsi frequentati alla Libera Università di Anghiari. La sue sono pagine emotivamente intense, che narrano gli avvenimenti familiari seguendo un flusso di coscienza quasi proustiano nella descrizione molto materica di gesti, odori e oggetti della quotidianità, capaci di offrire l’occasione al lettore d’immedesimarsi e cogliere un punto di vista che si allarga dal personale al collettivo, avendo come sfondo la storia del dopoguerra. In «Eravamo tre sorelle» descrive il legame con la maggiore, Lucilla, dal carattere tanto vivace da essere chiamata la polvere, e con la minore, più docile, Piera. Il libro ripercorre attimi di vita, la scuola di moda, le prime mazurke con calze di Nylon, le partite della Juve, in un susseguirsi di personaggi e rimandi fra ciò che era allora e ciò che è l’oggi in un viaggio nel tempo in cui ognuno può riconoscersi.
Cosa significa per lei autobiografia?
«Mi sono avvicinata all’autobiografia per il dolore di aver perso mia sorella Piera, che è stata per me come una figlia. Il primo libro l’ho scritto per lei nel duemila. Ho cercato un modo per rielaborare il lutto, così ho trovato il corso di Gabriella Pavarottti. L’autobiografia per me è una terapia dove t’interroghi, ti analizzi e riscopri parti di te. Scrivo per dire questa è Noris, per lasciare qualcosa ai nipoti e alle persone che, leggendo i miei libri, dicono di aver vissuto anch’essi ciò che descrivo. È un colloquio con me stessa dove nessuno può correggermi perché riporto il mio pensiero anche se, come dice Duccio Demetrio, il fondatore dell’autobiografia della Lua, chi scrive è sempre un po’ bugiardo».
Qual è l’importanza di oggetti, odori e suoni nei suoi libri?
«Da uno stimolo, ad esempio dalla descrizione di un profumo o di un oggetto, emergono dei ricordi, allora scavo nella memoria per andare indietro e trovare risposte: così ho fatto dodici libri. Scrivo dei mandarini dell’albero di Natale che il nonno caro sbucciava mettendone la scorza sulla stufa per fare quelle scintille che a noi bambine sembravano stelle del cielo scese nella stanza. E dell’odore del coniglio in casseruola la domenica, che mi ricorda quando mamma fece figliare i conigli per cucire a me e Lucilla le pelliccette di ‘lapin’ argentato, per dirla alla francese. O del suono della punta metallica del bastone del nonno, che veniva a prendere le pastiglie di chinino che lo stato dava ai soldati per l’influenza, e che ancora conservo».
Il prossimo libro sulla guerra: quali i ricordi negli altri?
«Racconto di mio padre che ascoltava Radio Londra di nascosto o di quando, a 10 anni, io e Lucilla andavamo con la mamma in biciletta alla casa paterna per aiutare la nonna a rifare i materassi che allora erano di foglie di mais. Mamma pedalava veloce dicendo di distogliere lo sguardo perché ai pali della luce penzolavano uomini impiccati: la guerra io l’ho vista così. L’ho ascoltata nei rumori che facevano i tedeschi, nel suono dei loro scarponi in marcia, nella differenza di passo dei partigiani, che arrivavano sempre di soppiatto. Oppure di quando, camminando per mano a Lucilla, andavamo a prendere il latte da bollire con il nostro secchiellino e sul quadrivio era piazzato un uomo con la mitragliatrice: io dicevo ‘se spara e ci prende le gambe, come facciamo? Ricordo la paura, lo scappare nelle cantine a pregare durante i bombardamenti. Della prima guerra parlo nel libro che uscirà: sono memorie del suocero al fronte. Ricordi di trincea, dove gli uomini stavano, pieni di pidocchi, coi piedi fasciati e nel tascapane solo gallette muffe, ad ascoltare ordini dati in un italiano che nessuno parlava».
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