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Poker d’assi per “Il Dondolo”: il primo racconta il Dams

Novità per la biblioteca digitale di ebook: in arrivo quattro pubblicazioni. “Matricola 13”, un diario l’epopea degli anni Settanta al Dams di Bologna


03 dicembre 2021 cristiana minelli


cristiana minelli

«Il Dondolo», la casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi, si fa in quattro. Nel tempo di mezzo che sta fra l’autunno e il Natale pubblica ben 4 titoli: «Sulla guerra incivile del Dams 1971/1979. Breve manuale dadadams», di Matricola 13, un autore che desidera mantenere l’anonimato, «Delfini» di Natalia Ginzburg, preziosa pagina di letteratura rimasta, fino ad ora, praticamente, inedita, scritta dalla grande scrittrice in occasione della curatela dei «Diari di Antonio Delfini» (Einaudi editore) insieme alla figlia dello scrittore modenese Giovanna; «Il cinno e altri racconti», di Gianfranco Mammi, uno scrittore con origini venezuelane, modenese d’adozione, che racconta con ironia e leggerezza la società di oggi e «La coppa del nonno. Esercizi di narrazione con la scuola Holden», che raccoglie testi degli studenti del Liceo Muratori San Carlo di Modena in esito al corso di scrittura della scuola Holden tenuto a scuola dal curatore, Emiliano Poddi.

CAPITOLO DAMS

Capitolo DAMS, o dell'intervista impossibile. Si fa presto a organizzare celebrazioni istituzionali per il cinquantenario dall’istituzione della famosa facoltà di Bologna: mostre, convegni, tavole rotonde, per quel DAMS nato sotto le due torri nel marzo di cinquant’anni fa. Che ha vissuto la sua fase sperimentale – anche un po’ rivoluzionaria in termini accademici – e l’ha superata, diventando, di fatto, a sua volta, un’istituzione. Della cultura ‘diversa’, del sapere ‘altro’, del modo, non paludato di studiare, di imparare, di essere ‘dottori’.

Che ha sfornato, ormai, più di una generazione di professionisti, di esperti del mondo delle arti, una nuova tipologia, trasfigurata in carne ed ossa, di cultori della materia. Una nemesi. Ma un breve manuale «dadadams», una specie di diario dei ricordi e dei segreti, scritto al presente, che resuscita aneddoti caduti nell’oblio, rivela inedite falsità e dimenticate verità, non è da tutti scriverlo. È toccato a Matricola 13, che nel 1971 ha fatto in suo ingresso nella (allora) futuristica facoltà di Bologna.

Ha deciso di non svelarsi, perché trova che la sua identità sia un fatto del tutto irrilevante. E di raccontare Bologna, l’unica città italiana in cui, quando si parla di Università si parla dell’intera città, dove studenti e i professori, da qualunque parte arrivino, diventano cittadini. «1971-1976 – scrive – Strade a sangue, morti a destra e sinistra, poi Brigate Rosse, Prima Linea, Ordine Nuovo. La maggiore età passa dai 21 ai 18 anni. Cade Saigon. Quattro colpi di stato fascisti, una sola breve rivoluzione in Portogallo. Si libera un po’ di etere e qualcuno inizia a trasmettere via radio da Milano. La guerra civile è camuffata da resa dei conti tra bande, tira una brutta aria. Ora mettiamo il caso che ci siamo stufati, e ci si voglia ritirare, non si sa a far che, ma di sicuro non le cose di prima. Contiamo un cazzo». E via cosi a cercare, cinquant’anni dopo, di svelare la vera natura di Bologna, l’«oltrecortina padana» di quegli anni, la città dove è cambiata la cultura italiana.

Se avessimo potuto intervistare l’autore gli avremmo chiesto come è successo, ma non abbiamo potuto, perché la sua identità, come quella di Elena Ferrante, Diabolik, o Banksy, è rimasta ignota. Così continuiamo a leggere. «Ci siamo iscritti a questa Facoltà nuova che poi non è una Facoltà, ma qualcosa di facoltativo, non capiamo bene se è roba per fighetti, o un buco dove qualsiasi sbandato può intrufolarsi e rifarsi la buccia». E ancora: «Dadadams». Silenzio in aula, c’è il Professor Umberto Eco».

Le cose, una volta, erano diverse, ma certe atmosfere, non cambiano mai.

Come il flusso sempiterno degli studenti, che si muovono, anche quando stanno fermi, come il mare. «Nel DAMS di strada Maggiore, e poi di via Guerrazzi, albergano sbandati arrivati esausti come in una stazione marittima, a Bologna non c’è il mare, ma chi l’ha detto, forse è arrivata una marea». Bologna era, (è?) «Una città di 500.000 abitanti (anche benestanti), con 30.000 metalmeccanici (anche comunisti) e 70.000 studenti (anche straccioni) che frequentano un’università (anche di merda)».

Un accademico di oggi, uno di quelli che hanno celebrato sotto l'egida istituzionale il cinquantenario, forse, troverebbe che è un altro modo, per così dire, di vedere la cosa. «Panicone tra gli intellettuali del PCI, gli vanno a buca tutti i tentativi di trasformare il DAMS in una specie di loro assessorato alla cultura.

Qui c’è un gregge selvatico che se ne fotte dei cani pastore». Dichiarazione di indipendenza. Se avessi fatto questa intervista nel 1971, chiudendola avrei abbassato il ricevitore. Magari quello di una cabina telefonica. Se l’avessi fatta oggi avrei dovuto spegnere lo smartphone. E anche se non l’ho fatta, perché Matricola 13 è rimasto nell’ombra, ho comunque paura di prendermi della fighetta che, come dice lui, «non conta un cazzo». In ogni caso la macchina del tempo, che con questo libro qualcuno finalmente ha inventato, restituisce l’affresco di un’epoca: «Il DAMS è il campo nomadi, un recinto di anonimi bighellonanti stravaganti fatto di frasi, parole e gesti senza un senso e un autore.

Il DAMS forse è insieme un luogo di traduzione e produzione di un linguaggio sospetto che si rifiuta di ridurre il tutto in uno, quell’uno che i culi stanziali esigono per farti riconoscere subito come popolo civile, educato e rispettoso. I nomadi del DAMS, sempre sciolti e mai solidi, degli incivili. Se ne faccia una ragione professore».

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