Gazzetta di Modena

AL TEATRO STORCHI FINO A DOMANI 

Rigon, Sinisi e un “Inquisitore” che merita di girare per i teatri

ANDREA MARCHESELLI

2 MINUTI DI LETTURA





ANDREA MARCHESELLI

Uno spettacolo interessante è in scena fino a domenica 5 dicembre nel Ridotto del Teatro Storchi, dopo essere stato appuntamento particolare dell’ultimo Festival della Filosofia dedicato alla Giustizia: è “Il Grande Inquisitore e altre parabole” di Silvia Rigon, su una drammaturgia che Fabrizio Sinisi ha scritto partendo dal racconto di Fedor Dostoevskij. Uno spettacolo particolare perché pur trovandosi nel tempio modenese della prosa tradizionale esce dalla sala principale per ricollocarsi nel più angusto spazio del Ridotto, ove la regista può riposizionare il pubblico, facendolo in pratica entrare nella scena. Già, perché tema della rappresentazione è il concetto di libertà, le cui infinite sfaccettature vengono evocate da una situazione speculare, entro la quale attori e pubblico è come si specchiassero in ipotetici “altri” di sé.

Questo per seguire le indicazioni dello scrittore russo che propone i propri personaggi davanti a uno specchio, ma anche per consentire una lettura di quanto avviene in una scena divisa nelle molteplici possibilità di un’ottica introspettiva. Una lama di luce divide lo spazio in due situazioni simmetriche ove prendono forma eventi tragici come l’esilio, la prigionia, la condanna a morte, la perdita dei figli, sullo sfondo di una riflessione per lo più amara su cosa sia la libertà, su cosa comporti un atto di ribellione a ciò che si presume essere l’ingiustizia, sul concetto di potere e come l’uomo possa sfruttarlo per sottrarsi ai limiti morali che l’equità nei comportamenti dovrebbe imporre. Andrea Argenteri, Simone Baroni e Marco Cavalcoli, interpreti di questa rappresentazione costruita per quadri, si muovono in un ambiente quasi filologicamente illuminato come gli interni ottocenteschi, con il buio squarciato da lumi sottili che accentuano i contrasti chiaroscurali sui volti e sui pochi oggetti, caricandoli di senso del dramma.

È bella la scena disegnata da Paola Castrignanò, nella sua essenzialità, decisamente eloquente nella restituzione degli anfratti della psiche che già Dostoevskij nella sostanza intuiva. Lo spettacolo, insomma, non è liberatorio o rassicurante, per lo spettatore, anzi, impone alla fine una riflessione alla quale non è possibile sottrarsi perché i temi sono fra quelli che ciascuno di noi necessita gli vengano chiariti. Ma non è, in fondo, questa, una delle prerogative più significative dell’esperienza teatrale?

Silvia Rigon e Fabrizio Sinisi, coppia sufficientemente giovane se commisurata, per la loro condizione di poco più che trentenni, al gerontofilo mondo della cultura italiano, si mostra in verità assai matura nella costruzione di questo spettacolo che meriterebbe una adeguata circuitazione.



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google