Gazzetta di Modena

Il Canto degli italiani? La storia di un volo pieno di avventure per i nostri ragazzi

MONICA TAPPA
Il Canto degli italiani? La storia di un volo pieno di avventure per i nostri ragazzi

Spilamberto. Paolo Domeniconi ha pubblicato per Einaudi una trasposizione illustrata dell’inno di Mameli 

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MONICA TAPPA

Si impara a scuola, lo si vede cantare, da sempre, mano sul cuore, durante gli eventi istituzionali (ma anche sportivi), accende dibattiti. Stiamo parlando di “Fratelli d’Italia” conosciuto anche come “Il Canto degli italiani” che proprio in questi giorni celebra i settantacinque anni dalla proclamazione provvisoria e suoi primi cinque anni di “ufficiosità”. Forse non tutti sanno, o ricordano, infatti, che l’inno risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato dal compositore Michele Novaro nel 1847, e diventano inno nazionale provvisorio nel 1946, è stato dichiarato ufficialmente Inno Nazionale della Repubblica Italiana solo con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge nº 181 del 4 dicembre 2017 entrata in vigore il 30 dicembre dello stesso anno. Proprio in questi giorni, a renderne omaggio, è arrivato in libreria un volume di Einaudi Ragazzi illustrato da Paolo Domeniconi, con prefazione di Giusi Parisi. Abbiamo colto l’occasione per rivolgere a Domeniconi, che vive a Spilamberto, qualche domanda su questo lavoro e anche dell’attività di illustratore.

Domeniconi, qual è il suo rapporto "personale" con l'Inno di Mameli, il Canto degli Italiani?

«Ho vaghi ricordi di quando a scuola cercavano di spiegarcelo ma evidentemente furono sforzi vani. Per come è stato usato negli anni, l'ho sempre associato a cose piuttosto lontane dai miei gusti: calcio, parate militari, una certa retorica nazionalista».

Come si è avvicinato a questo Canto e da dove è nata l'occasione per questo lavoro?

«Dal 2017, quando è stato ufficializzato per legge, si è cominciato a riparlare dell’Inno, degli aspetti storici e culturali... ricordo che se ne parlava spesso a Radio 3. Quindi un clima più rilassato, di maggiore curiosità e quando due anni fa Einaudi Ragazzi mi ha chiesto di illustrarlo, semplicemente ho accettato, forse con un po’ di follia perché in quel momento non avevo la minima idea di come avrei potuto cavarmela in un’impresa simile».

I maestri e i simboli (architettonici, paesaggistici, culturali) cui si è ispirato per rappresentare l'Italia descritta?

«Ho usato il paesaggio come elemento portante e unificante delle citazioni storiche e mitologiche di Mameli. A parte alcune suggestioni riconducibili a città esistenti si tratta di una idealizzazione di paesaggio italiano, qualcosa che in alcuni luoghi ancora sopravvive all’invasione dei capannoni industriali. Città e paesi sono privi di prospettiva, come visti da molto lontano, ho pensato ai dipinti di Klimt sul Lago di Garda, realizzati guardando attraverso il telescopio. Forse, più di tutto mi interessava cogliere lo spirito utopistico di Mameli. Questo ventenne coraggioso, visionario, che immagina l’unione di un popolo così diverso per un ideale di libertà. È nato così quell’uccello blu un po’ simbolico che apre un occhio nel paesaggio e prende il volo, con tutte quelle persone diverse che si tengono per mano».

Le sue illustrazioni sono pastose, morbide, sembrano di velluto (o di pesca). Le tecniche che predilige?

«Qualcuno mi cita anche il cotone. Da molti anni dipingo solo in digitale, mi sono creato uno studio virtuale che curo e faccio crescere con molta dedizione».

Lei è in libreria anche con altri titoli: “Tre Piccoli Vagabondi” con testi di Carolina D’Angelo (Pane e Sale edizioni), “Fuori Freddo” di Luigi Ballerini (Il Castoro) e “L'albero, la nuvola e la bambina” di Chiara Valentina Segré (Camelozampa).Ha illustrato altri testi di Chiara Segré. Che legame si crea con autori/autrici ai quali capita di raccontare con le immagini le loro storie?

«Per un illustratore l'incontro con un testo è sempre un momento cruciale, è lì che può nascere un bell'albo illustrato o uno meno bello. È determinante la scelta dell’editore nell’abbinare le personalità giuste. Più che un legame si tratta di essere affini e complementari allo stesso tempo. Mi sento molto in sintonia con la narrativa asciutta e lineare di Chiara e mi viene naturale accompagnare le sue parole con le immagini. Come se ci fossero degli spazi emotivi da riempire con il colore».



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