Il Delfini “dipinto” dalla Ginzburg la chicca di Natale de “Il dondolo”
La celebre scrittrice esordisce così: «Ho amato subito e soprattutto due cose: la rapidità vertiginosa, e la libertà»
CRISTIANA MINELLI
«Antonio Giulio Cesare Vincenzo Maria Delfini del Dosso – nato a Modena il 10 giugno 1907 da Anton Giulio, medico, e da sua cugina Bianca, secondogenito dopo la sorella Bianca Rosa detta Nené – scrive Roberto Barbolini nell’introduzione a «I racconti», edizione 1963, ripubblicati ora da Garzanti. Lui, in realtà, aveva scritto: «Antonio Delfini è nato a Modena il 10 giugno 1908. La sua famiglia annovera fra gli antenati Giovanni Pico della Mirandola. I suoi nonni nacquero a Marsiglia intorno al 1840 da esiliati modenesi implicati nei moti del ’31 e compagni di Ciro Menotti». Uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, modenese troppe volte sconosciuto ai suoi stessi concittadini, ha principiato la sua esistenza con un mistero, quello della sua vera data di nascita, e l’ha conclusa, il 23 febbraio 1963, con «un colpo calcolato – continua Barbolini – una finzione come a teatro, quando l’attore resuscita al momento di ricevere gli applausi. Sistemato per mancanza di spazio nel garage della clinica dov’era ricoverato, al poeta Gaio Fratini darà l’impressione che quella morte sia «tutto un gioco per spaventare gli amici lontani». Ecco, si dice Delfini ed è subito mistero. Legata al suo nome – e quindi a una trama da romanzo– c’è la storia di un testo rimasto nascosto, che poi, come un tesoro miracolosamente resuscitato alla vita, è stato svelato e, più di cinquant’anni dopo, è tornato alla luce. Così è capitato per «Delfini» di Natalia Ginzburg, messo a catalogo dal Dondolo in questo scorcio prenatalizio, una chicca per letterati e bibliofili, un regalo inaspettato per i lettori della scrittrice e per gli amanti dello scrittore, poeta, giornalista, intellettuale e autodidatta Antonio Delfini. La storia del testo. Nel 1982 l’editore Einaudi pubblica i bellissimi «Diari di Antonio Delfini» a cura della figlia dello scrittore, Giovanna, e di Natalia Ginzburg. Li anticipa una lunga prefazione di Cesare Garboli, ripubblicata quest’anno in un libro autonomo, «Un uomo pieno di gioia» (Minimum fax). E qui veniamo alla pagina di Natalia Ginzburg scritta dalla grande scrittrice in occasione della curatela dei «Diari» e rimasta fino ad ora praticamente inedita. Fu pubblicata nel volume «Antonio Delfini», Mucchi editore, (1990), oggi introvabile, che raccoglie gli atti del convegno su Delfini che si è tenuto a Modena nel 1983. «Il dondolo – scrive Beppe Cottafavi, direttore della casa editrice digitale del Comune di Modena – riprendendo lo spirito seminale dell’allora sindaco Triva, inaugura con questo testo, una serie di recuperi d’archivio di quei materiali notevoli prodotti dal Comune di Modena attorno al maggiore scrittore modenese. Delfini, Ugo Guandalini, che diventerà a Parma il famoso editore Guanda, e il filosofo Pietro Zanfrognini sono i tre intellettuali che rendono particolarmente vitali gli anni Venti e Trenta modenesi. Utile ricordarli e utile recuperare la consapevolezza e il patrimonio storico della nostra cultura: letteraria, filosofica, editoriale». La pagina a firma di Natalia Ginzburg stava in capo all’intera impalcatura editoriale mandata in stampa, nel ’90, da Mucchi, e proprio per questo, se possibile, ancora più invisibile, nascosta, eppure, in modo delicatamente furoreggiante, preziosa. Di quello scritto, col permesso dell’editore, anticipiamo poche, preziosissime righe: «ho amato subito e soprattutto due cose: la rapidità vertiginosa, e la libertà. Sono due qualità ben rare, e, nel nostro tempo, quasi introvabili. Quando racconta, Delfini ignora ogni costruzione, fabbricazione, idea precostituita, o disegno. Parte da un punto ben preciso ma il luogo d’arrivo gli è oscuro. La crudeltà della vita non genera malinconia, o grigiore, o squallore, perché il mondo conserva sempre intatti i suoi colori radiosi. Essa genera unicamente una stupefatta coscienza di trovarsi in fondo a un precipizio, circondati da volti noti che deridono sia il precipizio, sia le circostanze che provocarono la caduta, sia l’ingenuità dell’essere che quelle rovinose circostanze aveva percorso come si percorre una strada larga, sicura e tranquilla». Il disegno in copertina, e non poteva essere diversamente, è di Gianluigi Toccafondo, autore dell’affresco digitale dedicato allo scrittore realizzato nel 2009 sul soffitto a volta della sala conferenze della Biblioteca Delfini.
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