Leon e Burt, sogni infranti ed esilaranti disavventure nella giungla del cinema
Da oggi a giovedì la commedia “Hollywood Burger” In scena le “comparse” Giobbe Covatta e Pino Quartullo
l’intervista
nicola calicchio
Giobbe Covatta e Pino Quartullo sono i protagonisti di “Hollywood Burger”, l’esilarante commedia di Roberto Cavosi che andrà in scena da oggi a giovedì, alle 21, al Teatro Michelangelo di Modena. La pièce, diretta dallo stesso Quartullo, è ambientata in una mensa per artisti negli Studios di Hollywood. Due attori mitomani, assolutamente alla deriva ma tenacemente aggrappati al sogno del cinema, se ne dicono e ne fanno di tutti i colori, spalmando sui loro hamburger senape, maionese, ketchup, con un fare convulso e ingordo come la loro voglia di far parte, in un modo o nell’altro, della magia di Hollywood. Un inserviente li tratta come inutili ingombri, mentre Leon e Burt non smettono di fare a gara con le loro disgrazie e disavventure. Snocciolano aneddoti con Stanley, Jack, Robert, Francis, Al, Ridley, Meryl, Giulia: sono i cosiddetti “namedropper”, ovvero quelli che “sgocciolano” i nomi dei personaggi più famosi come fossero loro intimi amici. Forse sono anche bravi attori, ma il destino si è accanito contro di loro.
«Sono due tipiche vittime del sistema hollywoodiano – spiega il regista e interprete Pino Quartullo – allo stesso tempo così teneri da farci innamorare di loro: troppo indifesi per una giungla come Hollywood. Ed è in questa giungla che Leon e Burt ci conducono per mano, raccontandoci la loro vita attraverso i loro film».
Leon ha recitato nel cult di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, ma era totalmente nascosto in un travestimento da scimmia. Burt ha preso parte a molti film di successo, ma i suoi ruoli (dal killer omosessuale ne “Il Padrino” al vampiro postino in “Dracula”, passando per l’accordatore del pianoforte di Sam in “Casablanca”) viene sempre irrimediabilmente tagliato in fase di montaggio. Così, quei film mitici, in cui hanno lavorato senza poter essere riconoscibili o da cui sono stati poi fatti fuori, diventano per il pubblico un viaggio nei ricordi collettivi, nell’esistenza di tutti.
Quartullo, è la storia di sogni mai realizzati?
«Esattamente, come la maggior parte di noi. I protagonisti avrebbero voluto più fama nel cinema, ma assomigliano a tanti che non sono riusciti a realizzare i loro sogni. È una commedia che assomiglia al teatro dell'assurdo, un po' beckettiana, in attesa di personaggi famosi mentre noi sprofondiamo in questi due hambuger che, per tutto lo spettacolo, cerchiamo di insaporire con le salse senza dare un senso alla nostra vita. Il pubblico ride dall'inizio alla fine sulle tragedie dei due protagonisti».
È anche un viaggio nei ricordi?
«Anche. Io ho avuto il privilegio di conoscere bene Los Angeles, per esserci stato tante volte. Anche a Cinecittà c'è un bar dove è possibile trovare personaggi come i due protagonisti. Stazionano in quel luogo in attesa che arrivi l'occasione giusta. Le frustrazioni di Leon e Burt sono un po’ metafora delle nostre, ognuno può riconoscere in esse le proprie insoddisfazioni».
Lei ha detto che “questo è un mondo che ti lusinga per tradirti e dal quale è bene rubare anche le più piccole briciole di felicità”.
«È solo su quelle che si può costruire, come ci insegnano Leon e Burt, la propria vita e la propria dignità. Non esistono piccole o grandi parti, piccoli o grandi attori sullo schermo del mondo, esistono solo piccoli o grandi uomini».
Si portano quasi sempre in scena titoli già famosi. Invece voi avete investito in questo nuovo testo.
«Avendo io e Giobbe una certa notorietà, il pubblico è anche curioso di vedere qualcosa di nuovo. Un autore italiano che racconta l'America per vedere qualcosa di diverso che non siano solamente i grandi autori del teatro. Da gennaio a maggio sarò in scena con un'altra commedia, “Buoni da morire” di Gianni Clementi. Sono felice di portare nei teatri due commedie nuove di autori italiani contemporanei».
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