Gazzetta di Modena

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Con «La coppa del Nonno» i ragazzi del Muratori sono scrittori

CRISTIANA MINELLI
Con «La coppa del Nonno» i ragazzi del Muratori sono scrittori

I racconti degli studenti della scuola di narrazione Holden del professor Poddi  propongono una coinvolgente galleria di personaggi ai quali ci si affeziona

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CRISTIANA MINELLI

«La coppa del nonno. Esercizi di narrazione con la scuola Holden», a cura di Emiliano Poddi, (foto di copertina di Massimo Baraldi), è una raccolta di testi degli studenti del Liceo «Muratori San Carlo» che il Dondolo, la casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi, pubblica insieme agli altri tre titoli selezionati prima delle uscite natalizie. Viva i vecchi, in questo caso, ma anche i giovani, che hanno indagato l’incanutita e coriacea terza età per imparare l’arte del racconto. Che si sono guardati, quasi specchiandosi in una sorta di ritratto di Dorian Gray rovesciato, alla ricerca di un’altra dimensione, quella che si muove col bastone, che non ci vede più tanto bene. Il Liceo «Muratori San Carlo» di Modena, per il terzo anno consecutivo, ha proposto ai suoi studenti un corso di scrittura, realizzato come d’abitudine in collaborazione con la Scuola Holden di Torino. Per insegnare non solo a scrivere ma a raccontare. Occasione preziosa, dato che la narrazione, a lungo messa all’angolo dalla scuola italiana, è stata vittima del pregiudizio, diffuso, che i corsi di scrittura, e forse anche i loro insegnanti, fossero da mettere in castigo, dietro la lavagna. Questa scuola modenese, in controtendenza, ha affidato a Emiliano Poddi, insegnante della Holden, autore, fra gli altri, del bellissimo romanzo «Quest’ora sommersa», Feltrinelli, proprio un corso di scrittura. E come si fa a parlare di vecchi ai giovani? Gli si propongono nonni letterari: il nonno inventato da Stefano Benni, che ha fatto un sacco di mestieri: il venditore di oasi, il collaudatore di caschi, o l’uomo-formaggio nei supermercati. La nonna di Natalia Ginzburg, di fede ebraica, terrorizzata dall’eventualità di essere battezzata per dispetto dai nipoti, fino a quella di Bruce Chatwin che custodiva in un armadietto una pelle di brontosauro. I ragazzi hanno potuto così creare altri, irresistibili personaggi: una nonna che somiglia ai tortellini-soldatini che allinea sulla tavola, un’altra vestita di tutto punto per consegnare gnocco fritto a domicilio, un’altra ancora che maneggia l’uncinetto come una katana in «Kill Bill». Nonni che giocano a basket o menano come Tyson, che sfrecciano a bordo di motorini rossi, o fabbricano bambole di legno o cagnolini di fil di ferro, oppure, mentre attorno a loro infuria una baruffa famigliare, se ne stanno semplicemente fermi e zitti – e alla fine la baruffa passa.

Professor Poddi, la chiamo così dato che è salito in cattedra, la galleria dei personaggi messa nero su bianco dai ragazzi merita una visita?

«Sì, senz’altro. Dopo aver letto questi racconti sembrerà di aver conosciuto questi nonni di persona. E forse, sarà l’occasione per ripensare ai propri con affetto e nostalgia. I lettori, inteneriti dalla sensibilità di questi studenti, vorranno loro bene. Per come sono. E per come scrivono. Approfitto di questa occasione per fare i complimenti a questa scuola, il Muratori San Carlo di Modena, dove ho trovato un’attenzione e una partecipazione che raramente mi è capitato di trovare. Da parte della classe docente, ma anche e soprattutto da parte degli studenti».

Com’è nata questa esperienza della Scuola Holden al liceo Muratori San Carlo?

«Da una iniziativa della Scuola Holden che ha cominciato, qualche tempo fa, ad andare nelle scuole italiane a raccontare i grandi classici della letteratura ai ragazzi. Il nostro compito è quello di mostrare come le pagine degli autori classici non siano da temere, ma invece, siano sempre attuali. Qui a Modena ho captato un’energia che non è sfuggita nemmeno ai docenti della scuola insieme ai quali abbiamo costruito un vero e proprio laboratorio di scrittura, ormai arrivato al terzo anno».

Per raccontare ci vuole talento, occhio o mestiere?

«Tutte e tre le cose: una predisposizione di base, un desiderio di raccontare che non tutti hanno, un talento innato. Cioè bisogna avere quella che anche per gli scrittori è una specie di deviazione. Poi lo sguardo, che ci permette di osservare con un occhio capace di filtrare il mondo e poi la tecnica, che serve a tradurre tutto questo in una pagina scritta. Per prima cosa uno scrittore deve leggere, poi deve fare esercizio, l’unico modo per affinare il suo stile e imparare, mano a mano, tutti i trucchi del mestiere».

Narratori si nasce o si diventa?

«Si nasce e si diventa, in uno scambio, anche complementare, di talento e mestiere.

Da «Lo studio incantato» (di Viola Bellodi) a «Come ho imparato a mangiare la frutta» (di Emma Fucili) che citiamo fra i tanti, è tutto un tripudio di vecchie canaglie. Che figure sono quelle raccontate dagli studenti?

«Figure positive che mostrano le loro caratteristiche attraverso questi racconti. I ragazzi, specialmente nell’età di passaggio fra lo status di bambino e quello di adulto, vivono momenti di difficoltà, di crisi e i nonni li aiutano a superarli. Un po’ mentori, un po’ deus ex machina, ma sempre fondamentali».

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