“Piazza degli eroi” di Thomas Bernhard «Un testo che parla anche dell’Italia di oggi»
Da stasera a domenica allo Storchi con la regia di Roberto Andò Amara riflessione sui segnali di fascismo, senza spazio alla speranza
l’intervista
Elena Pellini
È la prima volta che “Piazza degli eroi”, il testamento teatrale di Thomas Bernhard, viene allestito in Italia, grazie alla regia di Roberto Andò, regista, sceneggiatore, scrittore e direttore del Teatro di Napoli. Da stasera (ore 20.30) a domenica lo spettacolo farà tappa al Teatro Storchi, dopo un esordio acclamato da pubblico e critica.
“Piazza degli Eroi” è una riflessione sul fascismo e sul nazismo, un’indiretta analisi di tutti quei segnali che ne possono presagire il ritorno oggi.
Il protagonista è il professor Schuster, suicida per protesta contro l’avanzare della barbarie antisemita: lo si conosce in scena grazie a una drammaturgia costruita come una partitura a più voci, un’orchestrazione perfetta dove appaiono citazioni di altri grandi testi, fra cui Il giardino dei ciliegi di Cechov.
Roberto Andò, cosa l’ha spinta a tentare l’impresa di allestire per la prima volta un testo di questa caratura?
«Avevo già lavorato sui drammi di Bernhard e mi sento molto legato a questo autore. Ho portato in scena “Minetti” e “Una commedia una tragedia”. “Piazza degli Eroi” è un testo che oggi assume un gran senso, per le stesse ragioni per le quali nel tempo si è deciso di non portarlo in scena in Italia. Era infatti identificata come una pièce troppo austriaca. Oggi, a distanza di anni, questo testo parla anche molto della nostra Italia. Innanzitutto, perché è un grande testo sul senso della vita, affronta alcuni nodi fondamentali dell’esistenza umana. E poi perché contiene implicazioni politiche di prima importanza, chiaramente alla maniera di Bernhard: coglie un uso populista, xenofobo e fascista, un certo revisionismo che è tornato anche nel nostro Paese».
Il protagonista è un suicida.
«Sì, quando il sipario si apre il fatto è già avvenuto. Sul palcoscenico si alternano quindi le persone a lui legate, le quali tratteggiano per lo spettatore un suo ritratto. Ognuno a suo modo: fratello, figlie e governante».
Quindi in questo testo la speranza è finita in partenza?
«La questione della speranza nei testi di Bernhard non è neanche da prendere in considerazione. O meglio, lo spettacolo parla proprio di un protagonista che ha perso ogni speranza, tanto da uccidersi. Tuttavia, il solo fatto che l’autore abbia voluto affrontare un problema carico di questa drammaticità, non solo per il teatro, denota un certo movimento, una tensione verso un cambiamento. Ricordiamoci poi che questo testo è l’ultimo scritto da Bernhard, rappresenta quindi il suo testamento. Ed è lo stesso motivo per cui anche io l’ho voluto far circolare in Italia in questo periodo. Ha tanto da dire».
Gandhi sosteneva che la rabbia potesse essere incanalata per generare un cambiamento, attraverso la non-violenza. Il teatro è uno strumento di lotta simile?
«Assolutamente, il teatro, così come un libro o un film o una sinfonia. Sono processi lunghi che attivano un pensiero sul senso della vita. Diventano azioni, gesti e hanno il potere di formare l’uomo e le sue relazioni. Il teatro, poi, ha questa capacità innata perché permette alle persone di ritrovarsi in presenza, in un luogo, come comunità. Si condivide insieme un arco di tempo e si riflette insieme su un’idea».
A tal proposito, “Piazza degli Eroi” ha esordito in televisione, causa Covid. Ma la sua dimensione naturale rimane il teatro. O No?
«I due mezzi non sono alternativi, ma devono essere complementari. Il teatro continua a vivere proprio perché è occasione di partecipare insieme, in uno stesso luogo per uno stesso evento. In questo senso la televisione svolge una funzione davvero meritoria che è quella di tenere un archivio del teatro italiano».
Stilisticamente, cosa dobbiamo aspettarci?
«Il testo è diviso in tre atti. Nei primi due atti sono rispettivamente in scena due personaggi, i quali più che un vero e proprio dialogo, danno vita a un flusso di pensieri, a voci solitarie che monologano. Ci sono frasi prive di respiro, punteggiatura. Il pensiero di Bernhard è inarrestabile e furioso. Nel terzo atto entrano tutti i personaggi. Si può quindi dire che, assieme agli attori, abbiamo fatto un grande lavoro di orchestrazione, tanto che le voci assumono una dimensione più musicale che parlata».
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