Gazzetta di Modena

Pif e la ricerca della felicità «Il vero segreto è capire che ogni istante è speciale»

Laura Solieri

Sabato sera a Vignola sarà in scena insieme con l’autore Francesco Piccolo «Godersi le cose semplici, vivere con leggerezza e non restare arrabbiati»

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Laura Solieri

Un curioso catalogo di piccoli eventi piantati nella vita di ognuno, che fanno sempre dire a chi siede in platea: «È vero, è successo anche a me»: attimi felici e infelici sui quali non abbiamo il tempo o la pazienza di soffermarci. Sarà in scena sabato alle 21 al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola nello spettacolo teatrale “Momenti di trascurabile (in)felicità” di e con Francesco Piccolo e la partecipazione speciale di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, già protagonista del film “Momenti di trascurabile felicità”, scritto a quattro mani da Piccolo con Daniele Lucchetti. Il pubblico televisivo lo conosce per programmi di successo come Le Iene, Il Testimone, Caro Marziano; regista, sceneggiatore, attore, scrittore, autore e conduttore televisivo e radiofonico, Pif interpreta con grande sensibilità questi “momenti” di cui è fatta la vita, facendo suo lo sguardo dell’autore capace di dilatare il tempo delle nostre giornate con leggerezza e vitalità, sottolineando il divertimento di vivere ogni istante, anche quelli che dimenticheremmo volentieri.

Pif, il quotidiano è scontato?

«Più che altro ci dimentichiamo che ogni giorno è precarissimo e trascuriamo le banalità del quotidiano, trascuriamo l’eccezionalità di ogni giorno. Quando ti ritrovi in una situazione vissuta e finita o che sta finendo, in cui una persona cara con cui hai sempre avuto a che fare non c’è più, allora ti rendi conto di quanto è speciale ogni momento. Sulla carta ce lo diciamo sempre, metterlo in pratica è un’altra cosa».

Scrisse Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Per essere felici, basta questa leggerezza?

«Per sdrammatizzare la vita occorre essere leggeri, ma non superficiali, per cercare di dare un giusto peso alle cose anche se è molto facile a dirsi e molto meno a farsi. Per quanto mi riguarda, poi, non credo in modo particolare né alla fortuna né alla sfortuna: ragiono razionalmente, per me non esistono in quanto tali. Spesso, nel cercare di coltivare la propria felicità e quella di chi ci sta intorno, ci ritroviamo a essere “infelici”. Personalmente, cerco di mettere in pratica la filosofia di vita secondo la quale ogni giorno è prezioso e anche quello più anonimo va goduto per quello che è; cerco di sforzarmi in questo perché penso che, il vero segreto per la felicità, risiede nel non arrabbiarsi mai, o meglio, nel non rimanere arrabbiati. È riuscire a smettere di essere arrabbiati e tornare allegri in poco tempo, consapevoli del fatto che c’è sempre un momento in cui è giusto esserlo perché viviamo in un Paese che non permette di non avere pensieri e essere sempre sereni, ma poi è necessario tornare allegri per affrontare la vita».

Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo “…che Dio perdona a tutti”, per la casa editrice Feltrinelli. Qual è il suo rapporto con la fede e con l’altruismo?

«Sono agnostico, razionalmente più propenso a essere ateo. Ho avuto un’educazione cattolica e sentimentalmente mi piacerebbe che ci fosse Dio, invidio tanto le persone che hanno fede. Attualmente la mia posizione è questa ma, in generale, penso che l’agnostico che ricerca si avvicini di più lui a Dio di un fedele che ha una fede un po’ scontata, ferma. Per quanto riguarda il mio impegno sociale, spesso cerco di fare da testimonial per qualche campagna di respiro solidale o per qualche associazione di volontariato più che aderire a una cosa fissa e organizzata, perché il mio lavoro non mi permette di avere scadenze in questo senso».

Il suo terzo lungometraggio Sky Original “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” ha come protagonista, interpretato da Fabio De Luigi, un lavoratore che dopo essere stato licenziato diventa un rider. Lavoro, tecnologia, sfruttamento e precarietà. In mezzo il mito della flessibilità... Cosa la spaventa di più di questo sistema?

«Temo qualunque cosa: è vero, ogni epoca ha i suoi pericoli, ma qui, ovunque mi giro, mi sembra ce ne sia uno. È anche la deformazione del padre (è diventato padre da un anno, ndr). Da una parte la tecnologia garantisce una flessibilità che personalmente amo sul lavoro, mentre dall’altra parte questa flessibilità viene spesso sfruttata dai datori di lavoro per alimentare un “sistema di lavoro di disperati”, citando letteralmente un’intercettazione di un manager di un’azienda che si occupava di delivery, un sistema che preoccupa e che dobbiamo combattere».

Lei di certo non è nella schiera di quelli che rimangono a guardare: ricordiamo il suo impegno per la lotta contro la mafia come per i diritti umani, quando simbolicamente è andato a Cambridge per riportare in Italia la bicicletta di Giulio Regeni...

«L’importanza della consapevolezza di tutte le cose è nata in me interessandomi alla lotta alla mafia. Quando parlo di mafia mi rendo conto che essa trova terreno fertile in un mondo non mafioso. Non ci rendiamo sufficientemente conto che siamo responsabili della nostra vita più di quanto si possa pensare e questo vale per la mafia come per tutto. Alcune situazioni, come quella di Giulio, ci ricordano poi quanto è importante la nostra partecipazione civile verso le cose che accadono, che siano o meno vicine a noi».

Informazioni e prenotazioni, Teatro Fabbri: info.biglietteria@emiliaromagnateatro.com, 059 9120911.

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