L’Atlantide di Ancarani Dalla laguna di Venezia al desiderio di riscatto dei giovani di oggi
Il regista protagonista di un doppio appuntamento a Modena stasera presenta il film alla Truffaut e domani masterclass a Fmav
Alberto Morsiani
Tra le folgorazioni dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Atlantide” di Yuri Ancarani arriva ora nelle sale. Il regista lo presenterà alla sala Truffaut questa sera alle 21.
E sabato mattina, alle 10,30, sempre Ancarani terrà anche una masterclass sul suo lavoro alla Fmav. Il film descrive un mondo d’acqua, il silenzio della laguna di Venezia, la voglia di primeggiare, sentirsi appagati, l’adolescenza alienata che si riscatta nel fremito della velocità.
I ragazzi corrono sui barchini lanciati tra i pali delle bricole: l’iniziazione di ragazzi perduti, destinati al fallimento. Abbiamo rivolto alcune domande al regista, noto finora per progetti destinati al circuito videoartistico.
“Atlantide” è il suo primo film distribuito nelle sale. Cosa si aspetta e lo ha pensato per questo in modo diverso dai precedenti?
«Ogni volta che mi trovo di fronte a qualcosa di nuovo, come la sala, penso a cosa significa, al fatto che i ragazzi che ho seguito da antropologo per anni e che mi hanno trasmesso problematiche sullo stile di vita forse al cinema non ci vanno. Ho cercato di capire, ho ragionato sul perché non vanno al cinema. Il film ha in sé un materiale visivo che tiene conto di questo aspetto».
E’ un film che può piacere ai giovani e stimolarli ad andare al cinema.
«Ma non basta il film, ci vuole energia. Occorre un pubblico appassionato e collegato a una determinata sala. Ho cercato di lavorare dunque a un livello sperimentale, la sala è diventata un motivo di studio. Ho dimostrato che questa cosa è possibile. Ma le sale devono mostrare coraggio. Dove gli esercenti hanno mostrato coraggio, il film è andato benissimo, come a Milano, Padova e ovviamente Venezia. In un momento in cui le discoteche sono chiuse, i giovani cercano l’energia nella sala cinematografica. Ma la sala deve essere attrezzata, occorre una certa potenza dell’impianto sonoro, il volume deve poter essere alto. In Texas c’è una catena di sale, Alamo, con impianti eccezionali come in discoteca. Da noi, si privilegiano invece i dialoghi e la storia sul contesto sonoro».
Il suo è un film estremamente visivo, quasi astratto, pensato inquadratura per inquadratura…
«E che non si fa più il cinema di una volta. Bisogna capire che ormai le immagini in movimento non sono solo il cinema. Si passano 8 ore davanti alla tv, ci sono i videoclip, la pubblicità. Quando decido di fare un film con il linguaggio audiovisivo non mi baso solo sull’ambiente cinema, che ormai è contaminato da tanti altri linguaggi. Io utilizzo ogni regola, in base alle singole scene. Ad esempio, nel film c’è un inseguimento in barca della Guardia di Finanza che si rifà al cinema anni ’70. Passano tante immagini una accanto all’altra, scrollate da destra a sinistra».
Come ha lavorato coi ragazzi?
«Il modo di costruire il film è nuovo. Ho seguito storie vissute dai ragazzi, il disagio del protagonista Daniele, la non accettazione, il ricevere traumi, subire umiliazioni. Non ho scritto il film prima, ho cercato la sofferenza nella verità, senza sceneggiatura prestabilita. Da quando ho iniziato poi, nel 2016, i ragazzi sono cresciuti. Per me non ha senso lavorare alla vecchia maniera, il mondo cambia troppo velocemente».
C’è un bel lavoro anche sul sonoro…
«Lavoro con un sound designer eccezionale che ha messo a punto una tecnica di ripresa che esalta la scenografia, il suono, l’atmosfera. Un sistema che permette di vivere ogni momento come se fosse avvolto dal suono. Quando i ragazzi sono in mezzo alla natura, tra le cicale, tu sei lì con loro, tra gli elementi».
Sabato 18 mattina terrai una masterclass alla Truffaut. Hai già deciso come impostarla?
«Tengo sempre presente chi ho davanti, se gli studenti di una scuola di cinema oppure semplici cinefili. Cerco di creare cortocircuiti che sorprendano. Voglio far capire che “Atlantide” è diverso, proprio come Daniele, un emarginato, uno figo che nessuno vuole. Crea problemi, ruba un’elica in una terra in cui tutti sono ladri. Daniele viene attaccato, proprio come il mio film».
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