Gazzetta di Modena

LA PRESENTAZIONE 

Voci, opere e digitale Così il Museo Cervi porta la Storia ai giovani

Adriano Arati
Voci, opere e digitale Così il Museo Cervi porta la Storia ai giovani

Il 28 dicembre,  data della fucilazione,  il taglio del nastro  del nuovo allestimento  che punta al multimediale

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GATTATICO. Una nuova vita per il Museo Cervi, agganciata alle storie e alle tradizioni che porta con sé e allo stesso tempo pensata per dialogare con le generazioni future. Il 28 dicembre – nel giorno del 78esimo anniversario della fucilazione al poligono di tiro di Reggio Emilia dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri – aprirà ufficialmente il nuovo allestimento museale dell’Istituto Cervi. Si tratta di una rivisitazione, basata sui contenuti storici, dei percorsi divulgati dedicati alla vita della famiglia e ai percorsi agricoli e contadini del ‘900 emiliano, ricostruita negli ambienti in cui da sempre ha sede la realtà di memoria, ai Campirossi, nel vecchio podere lavorato da Alcide e Genoeffa Cocconi assieme ai loro figli, fra i primi ad aderire ai movimenti antifascisti partigiani nati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Nella mattinata di ieri, la presidente dell’istituto Albertina Soliani ha presentato il museo, rivisitato con tanti ambienti multimediali, pensato per richiamare il passato con l’uso di materiali “antichi” come la cosiddetta terra cruda e abbellito da parecchie opere d’arte, firmate da Alfonso Borghi, Mario Rosati e Costantino Morini.

In un’ottica multimediale, arriveranno tante voci, pronti a raccontare le vicende grazie alla disponibilità di grandi attori come Moni Ovadia, Ottavia Piccolo e Marco Rovelli. «Volevamo fare in modo che questo luogo fosse ancora in grado di parlare ai futuri visitatori, come ha sempre fatto in questi decenni. E lo abbiamo fatto ispirandoci alla vita dei fratelli Cervi, persone che avevano una visione ampia, che andava oltre vincoli e confini, il celebre mappamondo che portavano sul trattore è un simbolo che abbiamo voluto sottolineare», racconta Soliani. «Ci saranno anche alcune sorprese, che parlano sempre della vision globale di questa terra, come vecchie pubblicazioni di inizio ‘900, di autrici statunitensi, in cui si parla delle condizioni dei contadini cinesi negli anni ‘30». I lavori erano in cantiere da tempo, le chiusure forzate dell’emergenza pandemica, in cui il Cervi è comunque rimasto attivo sul digitale, hanno permesso di ragionare sugli obiettivi e sugli aspetti concreti, per narrare la vicenda della famiglia e dell’agricoltura italiana: Casa Cervi da tempo ospita anche l’archivio Emilio Sereni, un altro straordinario protagonista del ‘900 italiano, intellettuale, resistente, antifascista, fra i principali studiosi del mondo agrario.

Il lavoro ha coinvolto un gruppo vasto ed eterogeneo. Il progetto porta la firma di Massimo Venegoni, dello Studio Dedalo di Torino, in collaborazione con la storica Paola Boccalatte, i lavori del cantiere sono stati poi seguiti dall’architetto Fiorenzo Basenghi con il coordinamento di Claudio Silingardi, Paola Varesi, Mirco Zanoni ed Eleonora Taglia. La parte storica è curata da tre ricercatori, Carlo Greppi, Isabella Insolvibile e Iara Meloni.

La scelta è di partire dalla fine, dalle fucilazioni del 28 dicembre 1944, per iniziare poi da lì un cammino a ritroso nelle vicende famigliari e non solo, dalla voglia di sperimentare nel settore agricolo alla forzata convivenza con il fascismo e all’attenzione verso il mondo, sancita dal citato mappamondo – al centro della prima sala – comprato dai Cervi nel 1939 assieme al nuovo trattore. Il taglio del nastro il 28 dicembre, nella ricorrenza delle morti durante una due giorni molto intensa.

Adriano Arati

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