Gazzetta di Modena

“Il cinno e altri racconti” Una carica di ironia irresistibile e esilarante nella raccolta del Dondolo

CRISTIANA MINELLI
“Il cinno e altri racconti” Una carica di ironia irresistibile e esilarante nella raccolta del Dondolo

Curiosando tra le nuove uscire della biblioteca digitale del Comune Ecco il nuovo libro firmato da Gianfranco Mammi 

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CRISTIANA MINELLI

«Il cinno e altri racconti» di Gianfranco Mammi è uno dei quattro titoli pubblicati in questa tornata prenatalizia dalla casa editrice digitale del Comune di Modena Il Dondolo, diretta da Beppe Cottafavi (la foto in copertina è di Massimo Baraldi). Psichedelici, vivaci come grilli, questi racconti sono costituiti da una stranezza geniale via l’altra, attraverso le quali l’autore costruisce una trama, altrimenti, impossibile. E il cinno chi è? Una bestia feroce sparata col bazooka fuori da una Volvo parcheggiata su una pista ciclabile. Beh, non poteva essere altrimenti. Perché in questi racconti, irresistibili ed esilaranti, impreziositi da una scrittura brillante e da una serie di personaggi spassosi, gli avvenimenti sfilano davanti al lettore senza un apparente rapporto di causa-effetto. Le cose, cioè succedono, nel più improbabile dei modi, ma Mammi le racconta come se fossero normale routine. Come la storia di Garagnani un bel giorno impegnato, senza sapere nemmeno lui perché, ad inseguire un’ambulanza anziché recarsi al lavoro. Cos’ha inseguito Garagnani su e giù dall’autostrada, per vie impervie e lungo tratti imprecisati dello Stivale, non si può dire, per non spoilerare il racconto, ma nemmeno lo si potrebbe immaginare. Le vicende del signor Gnoli, protagonista di un altro testo, sono surreali e sono in buona compagnia perché anche quelle degli altri personaggi non sono da meno. Finisce tutto a tarallucci e vino? No, con parecchi cocktail shakerati dal miglior barman del Titanic. Ma il capolavoro è senz’altro un racconto che si chiama «Rondini» che però è la storia del cane Bobby. E del suo padrone. Nello sviluppo, non proprio aduso, del bipede che guarda il quadrupede dal basso verso l’alto perché, nel giro di poche righe è morto e sepolto. Il lettore, oltre a farsi due risate, se ne fa subito una ragione. Così, fra «genitori volvisti» e cancheri tirati a ragion veduta, si ‘sgugna’ in bicicletta insieme ai personaggi di Mammi, impegnati, fra le righe, a farci un quadro ironico della società di oggi, intrappolata tra crisi mistiche e opportunismi, derive e bassezze morali.

La sua scrittura, direbbe un chimico, è un precipitato, un luogo liquido dove gli accadimenti avvengono, uno sull’altro, quasi per sedimentazione.

«Ho cominciato a scrivere in questo modo, quando ho conosciuto Ugo Cornia, vent’anni fa. Abitavo vicino ai cortili, una sera ci sono andato e sono incappato nella presentazione di un suo libro. Alla fine siamo rimasti in tre, lui io e Alberto Bertoni. Ci siamo presi una birra. Così è cominciata la mia storia di frequentazione e d’amicizia con Ugo Cornia e con gli atri scrittori emiliani. All’epoca faceva tante presentazioni, spesso insieme a Paolo Nori, serate molto divertenti. La mia scrittura è cominciata da lì e i primi racconti sono confluiti nella raccolta «Uomini senza Mercedes», un romanzo per episodi dove il protagonista è sempre lo stesso, anche alcuni comprimari ritornano, cambiano le situazioni, tutte ambientate in territorio emiliano. Allora scrivevo con uno stile sopra le righe, l’umorismo, o se vogliamo i tratti ironici, erano più smaccati. Ora sta più sullo sfondo. Nell’ultimo libro, «Nostra Signora dei Sullivan» (Nutrimenti, 2021), il protagonista, non ha mai fatto niente nella sua vita e nella prima pagina muore. Poi, per le restanti 335 continua a morire senza mai resuscitare. Così nasce il culto di Sullivan, un libro ambientato negli Stati Uniti, dove peraltro non sono mai stato. Azzeccando però, come mi ha confermato Daniele Benati che ci ha vissuto dieci anni, molto del mileu autoctono».

Da dove vengono i suoi personaggi? Dalla fantasia o dalla strada?

«Dalla fantasia, solo nel primo libro c’è qualcosa di autobiografico».

Gli autori emiliani sono stati un'importante fonte di ispirazione e la scintilla scatenante della sua scrittura, ma che cos’ha, l’Emilia, da raccontare?

«L’Emilia diverte e si diverte. In un mare di misteriosa e anche un po’ magica, convivialità. Non esiste una scuola emiliana. Il gruppo degli scrittori cosiddetti emiliani è frutto di una frequentazione. Non si tratta di una condivisione di linee stilistiche ma di serate insieme. Ogni tanto ci riuniamo a Bologna a casa di Ermanno Cavazzoni. Ognuno parla del proprio lavoro, chi ha fatto un video, chi una canzone. Poi ceniamo. É una questione conviviale, ecco. Che per me, però, è stata fondamentale. Ho saputo così che non bisogna scrivere tenendo la grammatica in mano né seguire un’idea di trama tra le più gettonate. Ho affinato così il mio stile. Ogni giorno non scrivo mai per più di venti minuti. Mai oltre 1800 battute. E il giorno dopo vado avanti, per sedimentazione. A scrivere l’ultimo libro, che ho fatto insieme ad altre cose, fra le quali «Ugo il Duro» (vincitore del Premio Luigi Malerba 2019), ci ho messo sette anni».

Intervistato sulle ragioni del suo lavoro ha detto: «Non mi ritengo uno scrittore e nemmeno un “artigiano della parola”. Uno che si diverte a impilare dei sassi non puoi chiamarlo muratore, anche se alla lunga può darsi che ne venga fuori un muro». Non fa una piega.



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