Gazzetta di Modena

In viaggio tra le solitarie e impenetrabili case dello scultore Pompili

Michele Fuoco

Interessante mostra alla galleria” Arte su carte”. Un percorso nella storia creativa  dell’artista reggiano, che sa confrontarsi con qualsiasi tipo di marmo

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Michele Fuoco

Nel 2012 una mostra solo di incisioni di Graziano Pompili alla galleria Arte su carte, in via Fratelli Rosselli 21, che nasceva dalla lunga collaborazione tra l’artista e il Laboratorio di Arte Grafica, diretto da Roberto Gatti, nella vicina via Verona.

Ora la personale dell’artista Graziano Pompili si arricchisce di rare opere su lamiera e tecniche miste su carta, realizzate negli anni ’90 e “ritrovate” nel suo studio, ma soprattutto di sculture in marno che richiamano la sua formazione presso l’Istituto d’Arte di Faenza (qui si trasferisce la famiglia, pochi anni dopo la nascita di Graziano avvenuta nel 1943 a Fiume, in Istria) con il maestro Biancini, grazie al quale inizia ad appassionarsi alla scultura, e presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna.

L’attuale rassegna “del segno e della forma”, aperta fino al 31 dicembre nella galleria modenese, verifica i vari aspetti del “fare arte” di Pompili (che ora vive e lavora a Montecchio Emilia, e ha insegnato in importanti istituti e accademie) che pone al centro della sua indagine la casa.

Una casa carica di significati.

Piccola, emergente come un’isoletta, essa si presenta impenetrabile, innesca un pensiero, una riflessione sulla sua presenza di tensione iconografica attorno ad una visione della vita delle cose che appartengono all’uomo.

L’artista ne avverte la distanza. Ma anche un legame profondo che la unisce al mondo.

L’ha concepita come nucleo inventivo che irradia bellezza in marmo statuario, in marmo verde delle Alpi, in travertino rosso di Persia, in marmo rosso Laguna, in alabastro, in cemento e gesso, per trovare nuove strategie conoscitive.

Ne fa oggetto quasi di culto,cercando di recuperare la profondità di storie e di memorie, con la possibile riscoperta del mondo semplice degli affetti. Ma l’artista ne conosce l’impenetrabilità.

«Fortezze alte e inerpicate, oppure scrigni squadrati e compatti, le case che si stagliano in tante opere di Pompili – sono scrive Valeria Tassinari – sacre icone famigliari alla deriva, arche appoggiate sul limite ultimo della terra. Non ne troveremo la porta, e non la cercheremo, perché la chiave è comunque perduta… Disabitate, inabitate, eremitiche, per scelta o condizione, qualunque sia stata la sua storia , ora sono incastri di facciate mute, dove rimbalzano le parole dei poeti…».

Ma il loro aspetto di solitudine, di silenzio non proibisce all’osservatore di pensare ad una casa ideale, con cui instaurare una simbiosi, come luogo del cuore, di salvezza, soprattutto in momenti di pandemia, di incertezza che stiamo ancora vivendo con forte ansia.

La ricerca di Pompili è pure un continuo rinvio al passato. E la rievocazione di palafitte, in tecnica mista, diventa persino ricognizione in una realtà remota, con l’idea di recuperare un’antica dimora, per un viaggio nel tempo e oltre il tempo. La struttura generativa dell’opera (installazione in terracotta dipinta, paesaggi in tecnica mista, terramare su lamiera…) si svolge su differenti piani narrativi e temporali, con percorsi interpretativi.

E «il dialogo – nota ancora Valeria Tassinari nella sua analisi della mostra – tra le opere bidimensionali, su carta o lamiera, e le sculture si fa particolarmente serrato nelle opere dedicate alle case, tema iconico di tutta la produzione dell’artista, sfiorata da un’atmosfera che ben conosce lo spaesamento metafisico», ma evoca anche esperienze, individuali e collettive, colte nella loro unicità e diversità.

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