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Alina, Anna e le altre che spezzano i pregiudizi e “mordono” la vita

Sergio Santinelli le racconta nel libro fotografico “Diverrai diamante”. Quaranta storie di rinascita al femminile, con la forza di superare la disabilità


27 dicembre 2021 Alice Benatti


Le ferite possono essere trasformate in feritoie. Ci sono riuscite Alina Filipoin, costretta sulla sedia a rotelle a causa di un incidente stradale, che sulla sua “Ferrari” gioca a tennis e ha partecipato a due maratone con il Rewalk; Anna Fusco, nata senza la mano e l’avambraccio sinistro “in un mondo fatto per due mani”, che lavora come modella (per due volte ha partecipato anche al concorso Miss Italia, sfilando senza protesi) e motivational coach per genitori con bambini disabili; Arjola Trimi, colpita a soli 12 anni da tetraparesi spastica degenerativa, che dopo il basket ha trovato nel nuoto il suo sport vincente, arrivando nella Nazionale italiana di nuoto paralimpico e conquistando 29 medaglie internazionali. Sono solo tre delle 40 storie di rinascita al femminile che Sergio Santinelli racconta in fotografia nel libro “Diverrai diamante” edito dalla casa editrice modenese Artestampa. 46 anni, fotografo e creativo, Santinelli ci invita ad avere uno sguardo nuovo ricordandoci che “prima della loro disabilità c’è un nome, c’è una storia, c’è una bellezza”.

Perché questo titolo?

«Nasce dalla canzone “Diamante” di Levante. Ad un certo punto dice “Oltre i sogni infranti, di chi ha perso tanto, troverai il tuo posto, diverrai diamante”. È così: diventiamo luminosi nel momento in cui troviamo il nostro posto nel mondo. Nonostante la società, le persone e tutte le difficoltà possiamo tornare a splendere ma non ci salviamo da soli e nessuno è un eroe. Infatti io non “dipingo” le donne disabili come supereroine, al contrario voglio dire che nonostante la disabilità possono trovare il loro posto all’interno della società. E che non sono sole. Abbiamo tutti bisogno di persone intorno che possono aiutarci e di sentire, come diceva Gino Strada, che i diritti o sono di tutti o li chiamiamo privilegi».

Come ha scelto queste 40 donne?

«Nel Natale del 2019 ho sentito il bisogno di concentrare le energie su qualcosa di positivo e, per caso, ho visto un’intervista in tv che mi ha fatto accendere la “lampadina”. Mi sono domandato come fosse essere donna oggi e ho pensato a quante cose ci sono ancora da cambiare nella società affinché la donna abbia un ruolo riconosciuto in quanto tale. E allora mi sono chiesto: “Quale testimonianza posso dare? Cosa so fare io?”. La fotografia. E mentre riflettevo su come raccontare storie di donne mi sono venute in mente le persone con disabilità. Poi subito l’intuizione: “E se queste condizioni si presentano contemporaneamente?. Quanto deve essere difficile!, mi sono detto. E allora ho cominciato a cercare storia di rinascita, all’inizio online poi mi sono lasciato consigliare dalle donne che incontravo. C’è una campionessa di nuoto paralimpico e una di tiro con l’arco, una musicista, una scrittrice: tutte persone che non sono la propria disabilità. Questo è il concetto fondamentale».

Quali sono i “miti” che ha voluto sfatare sulla situazione in Italia a proposito di donne e disabilità?

«Il classico “poverina” o il fatto di presumere che il raggiungimento di certi risultati dipenda dall’essere disabile, come se qualcuno avesse aiutato questa persona per pena e compassione. Invece una donna può essere donna nonostante la sua disabilità! A loro non è negato il piacere della sessualità e tanto altro. La gente deve imparare a vedere la persona prima che la carrozzina, ad esempio. Un altro mito riguarda proprio il simbolo della carrozzina associato ai disabili nei parcheggi. Non è molto corretto perché la disabilità non è solo quello».

A lei cosa ha lasciato l’esperienza di vivere su una sedia a rotelle? Seppure, come specifica nell’introduzione, contenuta in un breve lasso di tempo e con la prospettiva che sarebbe tornato a camminare…

« Mi ha aiutato nell’abbattere molti pregiudizi che avevo in passato, mi ha insegnato l’arte della pazienza, di prendere la vita per quello che è e anche che da esperienze come quella possono nascere belle cose. Nella mia lunga riabilitazione ho avuto vicino delle persone che non mi aspettavo e non ci ho trovato persone che ero convinto ci sarebbero state. Quindi mi sono detto “forse devo resettare la mia bussola”. Il Sergio che sono oggi lo devo un po’ a quell’esperienza. Certo non posso più giocare a pallone e non faccio più tante cose ma sicuramente ne faccio altre, le apprezzo, e ho un atteggiamento diverso di fronte a quello che mi succede».

Cosa l’ha colpita in particolare di queste donne?

«Soprattutto la solidarietà, l’essere molto unite, il farsi forza a vicenda. Ma anche la voglia di aiutarci a vedere che prima della loro disabilità c’è un nome, c’è una storia, c’è una bellezza. Desiderano che noi cambiamo il nostro sguardo e guardiamo la vita da un’altra prospettiva. Conoscendo loro io ho imparato a farlo. Infine mi hanno fatto capire quanto la bellezza non sia un dato puramente esteriore. Ne ero già convinto e hanno rafforzato la mia idea: sono la grinta e la voglia di rinascita che mettiamo nella nostra vita che ci rendono persone belle. E loro sono stupende».
 

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