Gazzetta di Modena

la recensione 

Quell’omaggio a De Filippo che fa riassaporare il piacere di andare a teatro

andrea marcheselli
Quell’omaggio a De Filippo che fa riassaporare il piacere di andare a teatro

Un dittico di atti unici che rappresenta l’incontro  tra due napoletanità quella ormai classica e quella più intellettualistica

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andrea marcheselli

È un omaggio a Eduardo come pochi altri avrebbero saputo realizzare quello messo in scena da Carlo Cecchi con il dittico di atti unici, “Dolore sotto chiave/Sik Sik, l’artefice magico”, portato in scena al teatro Storchi questa settimana, fino a domenica 16 gennaio. Si tratta, in fondo, dell’incontro fra due “napoletanità”: quella ormai classica, divenuta quasi archetipo di una visione di Napoli che vada al di là delle cartoline più stereotipate, tutte pizza e mandolino, corrisponde a De Filippo; quella filtrata da una ricostruzione più intellettualistica, ma altrettanto autentica, la visione di Cecchi. Che misurandosi oggi con la drammaturgia eduardiana vuole presumibilmente rievocare le proprie origini, essendo lui partito proprio dalla compagnia di Eduardo, prima di abbracciare la ricerca che negli anni sessanta e settanta lo avrebbe condotto a sperimentare la fusione fra teatro popolare partenopeo e avanguardia. La scelta dei due atti unici, rispetto magari a titoli più celebrati, non è certo casuale: “Dolore sotto chiave” condensa in un testo pressoché perfetto le peculiarità dell’opera eduardiana, nel suo raffinato rigore, nella sua arguzia strutturale, nella vocazione a un umorismo che ripropone vizi e difetti dell’umanità, in certa misura giustificandone i comportamenti pur mettendoli alla berlina; “Sik, Sik, l’artefice magico”, è di fatto un classico del suo periodo anteguerra, il cui protagonista è sempre rimasto nel cuore del suo creatore tanto da sceglierlo come spettacolo col quale congedarsi dal proprio pubblico, a inizio anni ottanta. In quell’occasione De Filippo aveva accanto a sé la brava Angelica Ippolito, che ora ritroviamo assieme a Cecchi, per rimarcare l’idea della continuità nella ricerca e probabilmente costituire un indefettibile filo conduttore. Rivivono, pertanto, sulla scena, momenti di assoluto divertimento misto allo sconcertante imbarazzo che possono creare le situazioni vissute dai protagonisti, al limite del nonsense ma anche per questo del più totale realismo. Il modo col quale Rocco scopre di essere vedovo nel momento in cui di fatto sceglie di liberarsi di una moglie che la sorella gli ha fatto credere essere moribonda da mesi è tra il comicamente tragico e il tragicamente comico; il tentativo, da parte del mago Sik Sik, di insegnare a un giovane improvvisato il ruolo di spalla ai suoi trucchi e poi il grottesco svolgimento dello spettacolo di magia sono la summa di un’idea del teatro allegoria dell’esistenza e dell’arte di arrangiarsi nelle difficoltà. Con Cecchi e Ippolito sulla scena Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, Remo Stella e Marco Trotta seguono con competenza attoriale la direzione segnata dal regista che in questo caso, peraltro, convince più in questa veste che non in quella di interprete, forse un po’ troppo ammiccante le movenze, le inflessioni, i tempi e le espressioni del grande maestro. “Fare l’Eduardo” è sempre un po’ pericoloso, o almeno lo sarà finché esisterà un pubblico che ha negli occhi la recitazione personalissima di Eduardo, poiché il confronto è difficile che non sia schiacciante. Ma lo spettacolo, nel suo insieme, non ne risente affatto, perché vola con una piacevolezza davvero rara di questi giorni.

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