La storia modenese di Damian Giacov amico del collezionista Carlo Cattelani
Il noto pittore di Belgrado è morto, pochi giorni fa, all’età di 62 anni. Negli anni ’90 è vissuto per un decennio in città.
IL RICORDO
Ha una importante storia modenese Damian Giacov, il noto artista di Belgrado scomparso pochi giorni fa all’età di 62 anni. Dagli anni ’90 è vissuto per oltre un decennio a Modena.
Un periodo in cui l’allora giovane artista ha realizzato opere di rilievo per un mercato che diventerà internazionale.
Fuggito dalla guerra nell’ex Jugoslavia, nel suo cuore coltivava il desiderio di raggiungere Modena, perché aveva sentito parlare bene del noto collezionista e mecenate Carlo Cattelani (Formigine 1931 – Modena 1999) che nella sua fattoria di Baggiovara accoglieva artisti provenienti da diversi paesi del mondo.
Di Carlo, uomo di forte fede cristiana, molti ricordano la disponibilità totale nei confronti non solo degli artisti, ma anche dei bisognosi, dei poveri, dei girovaghi per i quali era sempre pronto un pasto e, se necessario, un indumento.
Una affabilità, una benevolenza, assecondata, con tenerezza e partecipazione amorevole dalla moglie Afra, ma anche dai suoi cinque figli Fabio, Tiberio, Annalisa, Laura e Annarita.
«Agli inizi degli anni Novanta – ricorda il figlio Fabio – venne, a casa nostra a Baggiovara, Damian per incontrare mio padre. Piangeva come un bambino per la guerra che allora imperversava nel suo paese. Era affranto e fu accolto con gentilezza e simpatia. Il giovane continuò a frequentare la nostra famiglia, fino a quando mio padre gli procurò un appartamento a Modena, in via del Sagittario nel quartiere Zetadue. Qui ha abitato per più di 10 anni con la compagna Ratka Petrovic. Restava sempre forte il legame con mio padre che nel febbraio 1995 gli organizzò una mostra nella nostra galleria a Baggiovara e all’inaugurazione c’erano tanti visitatori anche di altre città». Accattivante la sua pittura, con arcangeli, apostoli e cherubini.
«Damian, con la sua adamantina freschezza – nota il critico Stevan Stanic – considerò come sua la nota di Rublev, il sorriso pre-rinascimentale di Simone Martini, lo splendido mattino di Fra Angelico, il mistero occultato di De Chirico e l’ossessione di Matisse».
È un “ritorno all’innocenza”, come vuole il titolo della mostra. La sua è «una favola extratemporale – scriverà Vittoria Coen - che veste i panni del nostro tempo».
Il che spiega il successo della sua opera. I suoi dipinti, che potevano godere di maggiore bellezza grazie anche alle splendide cornici preparate dal modenese Mauro Menabue, venivano affidati al gallerista e mercante d’arte veneziano Dino Bugno per un mercato che andava oltre i confini italiani. Giacov amava Modena, anche per le buone relazioni stabilite con i Cattelani.
«Damian – rivela l’altro figlio Tiberio a proposito del padre – era diventato una figura familiare. Giocava a tennis con mio fratello Fabio e non riusciva mai a vincere una partita. Partecipava a ritrovi amicali, a cene che si facevano a casa e anche al ristorante “La Rana” di Magreta, con uomini di cultura (c’era pure il poeta modenese don Casimiro Bettelli), artisti europei e americani, come Hermann Nitsch, Konrad Schauffelen, lo scultore Athos Ongaro, Lorenzo Bonechi; quelli del Gruppo Fluxus, con Mark Brusse, Eric Andersen, Ben Patterson, Philip Corner, Emmett Williams, Larry Miller, Jeffrey Hendrix. Ed è stato bello e commovente quando, dopo la morte di mio padre, questi ed altri artisti del Fluxus nel 2002 vennero in pullman, in Italia per rendergli, con una performance, omaggio presso la casa di campagna a Baggiovara. Prima avevano fatto tappa a Genova, presso la galleria di Caterina Gualco, e a Verona presso la galleria di Francesco Conz».
Per Fabio «quel periodo è stato bello: di straordinaria e diffusa amicizia e grande serenità. Forte la commozione per la morte di Damian. Lo ricorderemo sempre nello nostre preghiere, come facciamo per nostro padre».
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