La terapia di Goliarda Speranza ci aiuta in questi tempi difficili
Una vita come un romanzo, quella di Goliarda Sapienza, attrice, scrittrice, partigiana, femminista ante litteram, vittima di un barbaro elettroshock propinatole da una psichiatria d’antan, finita in galera quasi per scelta, trovando in quel microcosmo l’ambiente in cui riesce a sentirsi più viva ed accettata. Snobbata, a lungo, dagli ambienti intellettuali, ha inseguito a vuoto un successo arrivato solo postumo, dopo la pubblicazione de “L’arte della gioia”, mentre scarso seguito aveva ottenuto la sua prima pubblicazione “Il filo di mezzogiorno”, da poco ristampato e divenuto, con il sapiente adattamento di Ippolita Di Majo, base dell’omonimo spettacolo di Mario Martone in scena al Teatro Storchi fino a domenica 23 gennaio. L’opera ripercorre in sostanza il percorso psicanalitico che la scrittrice ha compiuto con uno specialista per cercare di recuperare la memoria e l’identità rubatele dall’elettroshock. Per lunghi mesi, ogni giorno, a mezzogiorno, lo psicoterapeuta l’aiuta a ritrovare i ricordi, le sensazioni, ma anche le parole di una vita che è come si fosse dissolta. Poco alla volta, però, la relazione che si viene a creare diviene sempre più stretta ed il forte carattere della donna, unito ad una acuta intelligenza, finisce per mettere in crisi lo stesso medico. Lo spettacolo ripropone proprio questa sorta di rapporto di amore e guerra che nella sua complicazione finisce per dare forma ad una matassa di sentimenti che diviene come lo schema di un sistema nervoso, la struttura emotiva che riordina i loro corpi condizionati da un conflitto con le proprie menti. Se è vero che uno spettacolo funziona quando fa pensare lo spettatore, quando quest’ultimo se lo porta dietro uscendo dal teatro, allora si può ben dire che questo allestimento di Martone è riuscitissimo, giacché riesce a far sì che le parole di Goliarda Speranza giungano in profondità e si riverberino sullo spettatore come non è così frequente che accada. La scena, felicemente realizzata da Carmine Guarino, propone l’idea di uno sdoppiamento dei luoghi ove tempo e azioni si concretizzano; l’interpretazione di Donatella Finocchiaro e Roberto de Francesco è perfettamente in linea con l’urgenza di restituire profondità e segreti custoditi dall’inconscio, assolutamente credibili nel percorso di analisi riprodotto con coinvolgente verosimiglianza. Merito, certo, dell’ottimo lavoro di un’artista che rimane un caso di ingiustificata discriminazione da parte dell’ambiente culturale italiano, ma frutto pure di un allestimento che conferma quanto possa ancora risultare efficace il teatro per scendere in profondità, per sondare inquietudini e segreti delle nostre esistenze. Il teatro ha bisogno di ritrovare il proprio pubblico disperso dalla pandemia, ma anche noi tutti abbiamo necessità di ritrovare un teatro come questo, che non potrà avere funzioni terapeutiche ma di sicuro può aiutarci a vivere meglio anche i tempi più difficili.
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