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Frida e altre sei donne al campo di Fossoli: lo sguardo femminile sulla deportazione

A Modena in San Filippo Neri mostra della Fondazione che racconta le vite segnate di ebree, partigiane e mogli di detenuti


24 gennaio 2022 Carlo Gregori


MODENA. “Frida e le altre”. Fotografie e voci di donne che per amore di uomini rinchiusi nel campo di Fossoli o loro stesse rinchiuse dentro perché ebree e sospettate di essere partigiane hanno visto l’orrore. E hanno cercato di mantenere grazia e bellezza anche di fronte al peggio che potesse capitare. Sono le stesse, alcune di loro, che una volta sopravvissute da Fossoli o dai lager tedeschi scriveranno diari per fissare un ricordo duraturo e inalterabile, plasmato proprio all’indomani di ciò che avevano visto e subito.

La mostra sul volto femminile dei deportati e della realtà concentrazionaria nazista in Italia è stata inaugurata ieri alla Fondazione San Filippo Neri di via Sant’Orsola a Modena per il Giorno della Memoria. Pannelli a forma di paravento che illustrano sette vite (e a volte le morti) di donne secondo uno schema organizzato da Elisabetta Ruffini, direttrice dell’Istituto Storico di Bergamo, in una produzione della Fondazione Fossoli già esposta a Carpi alla ex Sinagoga.

Marzia Luppi, direttrice della Fondazione Fossoli, ci può introdurre la mostra?

«Questa mostra parte dalla vicenda di Frida Misul. Quando la inaugurammo, nel 2019, era il suo centenario. Ma la mostra mette più in generale al centro il tema delle donne nella deportazione e nella guerra partendo dall’esperienza di Fossoli. Le donne che troviamo in questa mostra sono transitate dal campo di Fossoli o erano donne che sostenevano dall’esterno i mariti rinchiusi. Maria Marchesi, moglie di Odoardo Focherini, rimase sola con sette figli da crescere. Noi ricordiamo l’esempio umano di Focherini e il suo sacrificio che salvò più di cento ebrei, ma spesso dimentichiamo cosa ha fatto la sua famiglia per lui. Il nostro è quindi uno sguardo a 360 gradi».

Le donne rinchiuse a Fossoli erano tutte ebree?

No. Prendiamo le sorelle Baroncini. Erano legate alla Resistenza. Abbiamo rappresentato le diverse componenti della repressione nazista e fascista. Abbiamo raccontato anche la vicenda di Pia Levi, la bambina di tre anni che abbiamo raffigurato con un’ombra, perché di lei abbiamo solo una traccia che porta Primo Levi. Abbiamo scelto tra un numero ampio di storie. Per quanto riguarda la Resistenza erano un 20%. Mentre le ebree erano quasi pari agli uomini».

Che testimonianze avete raccolto?

«Tre di loro scrissero subito un diario su Fossoli. Abbiamo le testimonianze di sette donne e alcuni loro scritti sono già stati pubblicati. All’archivio della Fondazione Fossoli conserviamo 49 lettere di Ada Marchesin. Le scrisse la marito Bepi dal campo di Fossoli. Sono testimonianze che si ritrovano spesso anche ascoltando gli uomini che raccontano delle donne. Un lavoro importantissimo quello di Elisabetta Ruffini e altre storiche, quello di riportare alla luce queste vicende e le tracce documentali».

Elisabetta Ruffini, curatrice, una mostra su Fossoli al femminile è una novità?

«Sì. E la novità è proprio in questo sguardo al femminile Prendere la prospettiva delle donne e vedere cosa ci dice di un luogo della deportazione: Fossoli».

Come è nata l’idea?

«Il lavoro sulle donne che vi entrarono ha già diversi anni. Ci siamo accorti che raccontare la storia da una prospettiva femminile allarga lo sguardo. In questa mostra raccontiamo il campo di transito, dal quale partivano ebrei e politici, nel 1944 e in un colpo vediamo un intreccio di storie di deportazione diverse dalle categorie usate dai nazisti, ma vediamo anche la vita intorno al campo. Donne, come Maria Marchesi, che avevano dentro i loro cari . Queste storie diverse legano il fuori al dentro. D’altra parte, le donne deportare sono sempre testimoni di altro, a cominciare dai bambini».

Di solito pensiamo, per motivi legati a quei tempi e all’idea che abbiamo della guerra, che il campo concentramento rinchiudesse principalmente uomini.

«È solo uno stereotipo. In realtà la presenza delle donne era ampiamente prevista come quella degli uomini. Non solo per le donne ebree. Ci sono donne che partecipano alla Resistenza. Abbiamo la storia delle tre sorelle Baroncini di Bologna che aiutano a costruire una rete di resistenza: portano in giro il materiale, col padre creano contatti. A Fossoli ci finirà tutta la loro famiglia: padre, madre e tre sorelle, e tutti saranno deportati. Liana Millu, partigiana di Genova, lavora con l’intelligence. Temendo di cedere e denunciare i compagni, quando è presa si dichiara ebrea. Pensa di non subire torture ma finisce a Birkenau sopravvivendo».


 

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