Gazzetta di Modena

Modena. La fabbrica sopra il muro: uno sguardo sulla periferia nelle immagini di Ugolini

Carlo Gregori
Modena. La fabbrica sopra il muro: uno sguardo sulla periferia nelle immagini di Ugolini

Il fotografo ha auto-pubblicato un volume di 55 scatti sulla New Holland Gli elementi industriali sono esaltati da un ricercato cromatismo estremo

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Un muro e ciò che si vede dietro. I colori esaltati di ciò che spunta in una giornata di luce tersa o al crepuscolo quando si accendono le luci artificiali. La fabbrica come parte del quartiere e della vita quotidiana anche se chiusa allo sguardo. Tutto questo nelle 55 fotografie pubblicate nel volume “Il cielo sopra il muro della Fiat” di Gabriele Ugolini del Consorzio Creativo, da decenni appassionato di fotografia artistica. Un altro volume che, per la sua cura, mostra come l’auto-pubblicazione (self publishing) è solo agli inizi. Lo presenterà il 19 febbraio alle 16.30 in Sala Pucci (via Canaletto 108).

Ugolini, da cosa nasce questo libro fotografico?

«Dall’affetto per il quartiere dove abito, la Sacca. Ho sempre respinto il luogo comune che sia un quartiere Bronx. In effetti, è un luogo disagiato e non bello ma non ha caratteristiche da quartiere in degrado o da ghetto americano. È un luogo di affezione. Fino al 2016 ho avuto la fortuna di viaggiare spesso all’estero per lavoro. E ogni volta che tornavo sentivo il bisogno di fare una passeggiata in centro a Modena partendo da qui. Anche se ero stato a Calcutta o a New York avevo voglia di ritrovare la mia città».

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E il progetto fotografico?

«Ho un nipotino piccolo che si chiama come me. Da qui ho pensato a un gioco: dedicargli questo libro suscitando curiosità per questa strana dedica che sembra fatta a me stesso. In realtà la dedica è un ricordo di quando l’anno scorso, nel febbraio 2021, uscivo spesso con lui. Erano i giorni della “zona rossa” e si poteva girare lo stretto necessario. Uscivamo col passeggino. Mi piaceva fargli vedere il quartiere ma lui si addormentava e allora io continuavo a girare e avevo tempo di riflettere sulle mie cose e di guardare verso l’alto. Così ho cominciato a scoprire il paesaggio sopra di me».

Cosa c’è in alto?

«Metallo, finestre, tetti. Immaginavo di arricchire queste visioni attraverso la fotografia con colori forti, decisi. Penso a tutto quello che mi lega al quartiere e soprattutto alla Fiat. Perché lì lavorava mio padre».

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Quanto è legata quella fabbrica alla sua famiglia?

«C’è un filo strano che unisce le nostre vite. Ho perso mio padre appena nato: è morto in un incidente mentre rientrava dalla Fiat a Sozzigalli, dove allora abitavamo. Lì hanno lavorato i miei zii, mio nonno, mio fratello. Quasi una saga familiare. L’aspetto più strano, è che mia madre, con l’indennizzo assicurativo per l’incidente di mio padre, ha fatto costruire una casa nuova in via delle Suore, l’unica strada asfaltata e lì abbiamo costruito la casa. Così sono cresciuto con la fabbrica di fronte».

Una fabbrica col muro.

«Sì. E in vari periodi della mia vita, da appassionato di fotografia, ho scattato foto del muto che avevo di fronte. Facendo la passeggiata, questo muro non mi lasciava guardare dentro. In realtà, non mi interessava guardare dentro. Ho invece imparato a guardare in alto. Sopra il muro. Uno stimolo per portare gli occhi verso il cielo. E immaginavo ferri colorati, architetture, vetri. E intanto immaginavo di farle diventare macchie cromatiche. E il progetto è nato piano piano pensando a una luce forte».

Sono foto scattate sempre in giornate molto nitide. Di giorno o di notte, hanno colori quasi psichedelici.

«È una mia caratteristica. Quando a vent’anni ho iniziato a fotografare seguivo i lavori di Franco Fontana, uno dei miei riferimenti artistici, amavo già allora i colori intensi, super saturati e i contrasti forti. Le facevo in pellicola, ora ho usato il digitale ma sempre cercando un’esasperazione cromatica e i colori accesi, intensi. Mi piace la visione decisamente colorata».

Torniamo alle foto.

«Dicevo che ho iniziato in febbraio 2021 e ho finito a fine aprile. In totale sono 55. Spesso lo stesso scatto lo rifacevo in condizioni di luce che con tempi diversi. Aspettavo la luce del giorno e i tramonti. E inseguivo le giornate in vari orari, anche di sera quando la luce al crepuscolo arriva quando si accendo le luci artificiali».


 

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