Gazzetta di Modena

Carpi, Glauco Mauri indossa la corona di Re Lear: «Un personaggio che racchiude l’umanità»

PAOLA DUCCI
Carpi, Glauco Mauri indossa la corona di Re Lear: «Un personaggio che racchiude l’umanità»

Il grande attore da domani in scena al Teatro Comunale di Carpi 

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CARPI. È un sovrano con cappello al posto della corona, quello proposto nella nuova versione del “Re Lear” che il grande attore e regista Glauco Mauri porta al Comunale di Carpi da domani a domenica (sipario ore 21). L’attore pesarese, uno dei più bravi e longevi del teatro italiano, interpreta così per la terza volta nella sua carriera il grande personaggio shakespeariano. Aveva affrontato la tragedia dell’amore paterno e della follia nel 1984 e nel 1999 per oltre 500 repliche, in una carriera costellata da 24 personaggi del Bardo (fin dall’esordio, nel 1953, in Macbeth). Questa edizione è firmata da Andrea Baracco e prodotta dalla compagnia Mauri-Sturno e Fondazione Teatro della Toscana. Roberto Sturno è il Duca di Gloucester, Dario Cantarelli è il Matto. La nuova traduzione è di Letizia Russo, mentre riduzione e adattamento sono di a Baracco e Mauri, con scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta, musiche di Giacomo Vezzani e Vanja Sturno.

Glauco Mauri cosa c’è nel Re Lear che la affascina e la \spinge a continuare ad interpretarlo?

«La cosa che mi ha sempre colpito del dramma shakespeariano e che anche stavolta mi ha convinto a buttarmici a capofitto è come Lear dalla tragedia del vivere passi alla farsa del vivere, attraverso la sua follia. In realtà della più titanica tragedia di Shakespeare mi sono sempre sentito non all’altezza ad interpretare quel sublime crogiolo di umanità che è il personaggio del re. In questa mia difficile impresa mi accompagna la convinzione che per tentare di essere Lear non servono tanto le eventuali doti tecniche maturate nel tempo, quanto la grande ricchezza umana che gli anni mi hanno regalato nel loro, a volte faticoso, cammino. Spero solo che quel luogo magico che è per me il palcoscenico possa venire in soccorso ai miei limiti. Del resto cosa c’è di più poeticamente coerente di un palcoscenico per raccontare la vita? E nel Re Lear è la vita stessa che per raccontarsi ha bisogno di farsi teatro».

Lei ha affermato che con quest’opera porta in scena la vita reale. Cosa intende?

«Portare in scena Re Lear non significa portare in scena la vita di un uomo bensì quella dell’intera umanità. L’opera è così ricca di colori che risulta essere un crogiuolo di tutte le emozioni e i sentimenti che può vivere l’animo umano. Ed è incredibile come esse si condensino tutte nei personaggi creati da quel genio di Shakespeare. Si passa dalla cattiveria all’amore, dalla follia al tradimento e tanto altro... tutto in una sola opera se non addirittura in un unico personaggio. Questo è semplicemente grandioso e rispecchia a tutti gli effetti l’attualità dei tempi che stiamo vivendo».

Cioè? Dove sta secondo lei l’attualità di questo dramma?

«Nelle contraddizioni che racchiude. Non viviamo forse in un’epoca dalle mille contraddizioni? E a me pare che la pandemia non abbia fatto altro che aumentarne a dismisura la loro potenza!».

E’ felice di tornare a recitare sul palco scenico della nostra città? Il pubblico di Carpi la ama molto.

«Anche io amo molto Carpi. Su questo palcoscenico venni in compagnia del grande Ennio Morricone e l'ultima volta che tornai credo fu per interpretare “Il bugiardo di Corneille”. Ma quello che mi ha sempre colpito di questa città, oltre all’ottimo caffè del bar accanto al teatro, è stato il calore del pubblico e la grande presenza di giovani in sala».

A proposito di giovani: dalla sua grande esperienza, cosa si sente di suggerire ai ragazzi che decidono di intraprendere la carriera di attori oggi?

«Di non avere fretta di arrivare alla notorietà e al successo attraverso le scorciatoie che i social e i talent sembrano offrire. Del proprio talento bisogna avere profondo rispetto e la maturazione di esso può arrivare solo con il tempo, la passione, il duro lavoro, la dedizione ma soprattutto l’esperienza. Io credo che ancora oggi per fare l’attore bisogna essere in grado di saper “respirare il teatro”, in tutti i suoi aspetti. Io per esempio mi reputo un uomo di teatro perché in questo luogo magico ho fatto di tutto. Ho iniziato la mia carriera nella parrocchia della mia città nella buca del suggeritore. Poi un giorno mancava un attore e il regista mi chiese se me la sentivo di sostituirlo. Così a 15 anni, nel 1946, debuttai in un piccolo teatrino di parrocchiale di Pesaro ne “La notte del vagabondo" di Giuseppe Perico e da lì non mi sono mai più fermato».
 

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