Uliano Lucas, mostra a Modena: «Trent’anni fa a Sarajevo, dove la gente sopravviveva creando»
Uliano Lucas domani sarà presente all'inaugurazione della sua mostra su Sarajevo nel 11992-93 alla Galleria Europa del Palazzo Comunale di Modena: «Nella città sotto assedio non c’erano solo sangue e morti. Tra cecchini e macerie la vita quotidiana continuava con passione»
MODENA. Sette fotografie stampate in grande pannelli appesi nella sala e un centinaio di fotografie proiettate. L’autore di queste immagini storiche, uno dei più grandi fotografi europei, le illustrerà raccontando il loro contesto e aneddoti su come vennero scattate.
Si tratta di una mostra dedicata a Uliano Lucas, oggi 80enne, grande fotoreporter che ha scattato mille volte i grandi cambiamenti sociali dell’Italia nell’ultimo mezzo secolo (oltre agli ambienti artistici milanesi e al mondo della musica rock negli anni ’60), le guerre nel Terzo Mondo e coi suoi reportage Sarajevo assediata dai serbi nel 1992 e ’93. Una città esposta al massacro ma che, come ha testimoniato dai suoi straordinari scatti in bianco e nero, manteneva una sua più che decorosa vita quotidiana in un periodo eccezionale di violenze e e tragedie, dove la vita dei comuni cittadini valeva poco. Domani sera alle 18, presso la Galleria Europa al piano terra del Palazzo comunale, sotto i portici di piazza Grande, si svolgerà l'iniziativa per ricordare l'assedio che segnò l’avvio della fase più sanguinosa della guerra nei Balcani e che culminerà con il genocidio di Srebrenica l’11 luglio del 1995.
L'assedio di Sarajevo, che in questi giorni ricorda in modo sinistro quello di Mariopul in Ucraina, iniziò il 5 aprile del 1992, esattamente trent’anni fa, con l’assedio della città dalle colline. Fu l’assedio più lungo del Novecento. Sarajevo rimase sotto scacco per quasi quattro anni, fu circondata per 1461 giorni; le vittime alla fine saranno più di 12mila civili. All'incontro saranno presenti oltre a Lucas, i giornalisti e scrittori Azra Nuhefendić e Michele Smargiassi. In Galleria Europa fino a martedì 10 maggio, resteranno esposte le sette fotografie scattate durante l’assedio di Sarajevo da Lucas. Per saperne di più: www.comune.modena.it/europe-direct. Abbiamo intervistato Uliano Lucas.
Uliano Lucas, la sua nuova mostra a Modena “Ricordando Sarajevo” arriva quasi vent’anni dopo quella a Campogalliano. Lei è considerato uno dei massimi esponenti della fotografia sociale. Come andò a Sarajevo?
«In realtà, non mi sono mai occupato solo di fotografia sociale italiana ma il mio impegno politico personale verso il Terzo Mondo mi ha spinto a seguire la situazione di alcuni Paesi. Così ho fatto dei reportage su scenari di guerra e sulle lotte per la democrazia e la libertà, dal Portogallo del dittatore Salazar alle guerre di liberazione in Africa: Eritrea, Guinea-Bissau, Angola, e poi il Libano, la Giordania ai tempi di Settembre Nero. Ci andavo un po’ perché nessun fotografo voleva andare lì e un po’ perché nessuno dei grandi giornali e delle agenzie di stampa nazionali se ne interessava. Stessa cosa per Sarajevo nel 1992 e ‘93. Sono andato anche a Belgrado e a Mostar. Volevo dare una controinformazione di fronte a un’informazione che trovavo appiattita in un momento di schieramenti troppo rigidi».
Conosceva già Sarajevo prima della guerra civile?
«Ero stato parecchie volte in Jugoslavia. Conoscevo non solo la politica della repubblica jugoslava ma anche l’arte, la cultura, la sua origine. Mi affascinava. La Jugoslavia di Tito era terzomondista ed era un modello socialista a parte, una storia unica nata dopo una guerra di liberazione feroce. Dopo decenni, quella spinta iniziale si era spenta».
Sarà stato terribile tornare in quei posti in guerra.
«Avevo visto Zagabria nel ’68, anche lì i giovani avevano protestato in cerca di cambiamento. Erano avvisaglie: la federazione sarebbe saltata. Nel 1992 il modello jugoslavo era finito. Il corso degli eventi e l’Europa stessa stavano prendendo un’altra strada. Ad andare a Sarajevo mi ha spinto da un lato l’idea che in Europa dopo il 1945 si tornasse a una guerra. Per me era inconcepibile. Appartengo alla prima generazione che è cresciuta, ha lavorato ed è vissuta sempre nella pace. D’altro canto, ho capito che quella disinformazione era totale. Mi sgomentava la rappresentazione di una città come Sarajevo assediata in modo medievale nell’indifferenza dell’Unione Europea e dell’Italia».
Come si era organizzato?
«Sono partito appoggiandomi a un giornale, Oslobođenje, il cui redattore capo mi ha ospitato nella sua casa in centro. Di lì uscivo la mattina, vivevo come gli abitanti, andavo in redazione, scappavo dai cecchini. E ho potuto fotografare un mondo che la stampa occidentale non stava raccontando: nelle redazioni (non solo italiane) l’unico grido era: “Vogliamo il sangue!” C’era appena stata la guerra nel Golfo raccontata senza sangue quando migliaia di morti erano sepolti nella sabbia».
E com’era la vita a Sarajevo assediata?
«Per i media funzionava la fotografia della strage nel mercato ma nessuno parlava del fatto che nella città c’era un teatro sotterraneo con cantine dove si rappresentavano opere straordinarie e dove ho conosciuto Susan Sontag, dove artisti e scrittori si parlavano, dove si creavano medicinali e le banche funzionavano e le donne facevano lezione camminando tra i tiratori scelti lavorando a 12 marchi al mese».
Le sue foto coglievano una quotidianità eccezionale.
«La quotidianità insieme con la forza e la resistenza di queto popolo. Anche andando in quartieri completamente isolati, durante l’assedio si erano formati comitati per la distribuzione del pane e del cibo. E si viveva sotto i cecchini. Nei grandi condomini popolari i morti erano sepolti nei cortili e nei giardini accanto agli orti di pomodori. La gente si riuniva lo stesso alla mattina e gli anziani andavano lo stesso in biblioteca. Entravo nelle case, parlavo con questa gente, ascoltavo i loro racconti, li fotografavo, giravo per la città. E intanto dimagrivo (ride, ndr). Per il freddo, per la fame, insieme a loro. Per capire: l’acqua piovana era fondamentale e nei giardini lasciavano migliaia di pentole. Ogni mattina alle sei le donne in vestaglia e pigiama, soprattutto in estate, andavano a prendere l’acqua potabile col carrellotto pieno di bottiglie. Un viavai. Dove stavo io, una zona molto difficile, alla mattina vedevo scendere queste donne che poi seguivo. Erano appena alzate, trasandate, in vestaglia. E dopo due ore le rivedevo scendere curate ed eleganti, pronte per una nuova giornata senza sapere se sarebbero tornate a casa. La resistenza delle donne è stata straordinaria in un luogo dove la guerra è stata completamente maschilista».
Quanto è durata questa esperienza?
«Sono andato alcune volte tra il ‘92 e il ’93. Avevo una tessera di reporter dell’Onu. Centinaia di mie immagini sono state pubblicate su moltissimi giornali anche esteri, soprattutto in Francia, ma non hanno avuto impatto. Senza far retorica, dal primo viaggio sono tornato molto dimagrito, quasi provato – diciamo chiaramente, un conto è stare all’Holiday Inn, un conto è vivere con la gente comune – le mie foto le ho portate a un quotidiano nazionale col quale collaboravo da anni e il redattore capo e i cronisti, mentre le guardavano con ammirazione e affetto per me, ha deciso di non pubblicarle. Contravvenivano a tutto quanto veniva raccontato in quei giorni».
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