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Giovani poeti, Giorgio Casali da Fiorano: “Domestiche abitudini” d’amore e di preghiera nella sobrietà dei versi

La poesia dei giovani talenti/4 . Giorgio Cadali Da speaker di Radio Antenna1 al catalogo d’arte con Chiesi 


16 maggio 2022 Michele Fuoco




Amore e morte sono motivi dominanti della raccolta di poesie “Domestiche abitudini” (Contatti, 2020) di Giorgio Casali che affronta anche temi legati al tempo e all’eternità, all’abitudine domestica tra disperazione e speranza, scontri esistenziali. «E’ un percorso che si può leggere geograficamente tra le tante case che ho abitato, ma anche letterariamente, a partire dal titolo che ho preso da un verso del mio libro precedente “Diarietto cattolico». Per me è fondamentale il titolo che mi fa da scenografia, contesto, ambiente di ciò che scrivo». Il giovane poeta di Fiorano è autore anche di “Attaccamenti” nel 2010, “Notte provincia” , “Poesie”, “Sotto fasi lunari”. Speaker di Radio Antenna1, dal 2009 al 2014, con il programma "Bankshot”, ha pubblicato con il pittore Andrea Chiesi il catalogo d'arte “19 paintings 19 poems per la mostra all’Italian Cultural Institute of New York, nel 2014, dal quale lo spettacolo "Forma Suono Parole", presentato al Poesia Festival 2014. Giorgio è tra i 104 poeti dell'antologia “Come sei bella” (Aliberti, 2017)dedicata all'Italia.

Il tema della morte nasce da vicende familiari?

«La morte l’ho vissuta più come una possibilità reale che in sé stessa. Durante la mia infanzia, una malattia ha tenuto mio padre, poi guarito, lontano da casa, in ospedale, per due anni, durante i quali ero sballottato tra i nonni. Ciò ha determinato paura».

Pure l’amore sostiene la sua vocazione a fare versi?

«E’ l’altra faccia della medaglia, la promessa della non-fine. Nell’amore si vive un po’ l’incanto di ciò che dura per sempre. Ciò vale anche per i piccoli gesti».

Parla anche di preghiera. La fede sostiene la poesia?

«Come la poesia la preghiera credo sia un desiderio positivo, di aiuto. E’ un guardare oltre, proiettarsi in un tempo di eternità. La fede l’ho maturata in famiglia, ma l’ho riscontrata anche in altre persone, testimonianze, motivi che la mia poesia ha verificato».

Varie le definizioni che dà della poesia: non è astratta, è un pensiero che non lascia dormire, non serve a niente.

«E’ una domanda che pure il poeta si pone. La risposta è condizionata da chi fa la domanda: “la poesia non è astratta” è la mia risposta all’uomo comune che pensa che la poesia sia qualcosa di inafferrabile. Allora gli dico che la poesia è concretissima. Quando scrivo che “la poesia è un pensiero che non lascia dormire”, intendo darmi una risposta, perché riconosco le difficoltà, il lavorOper ritenere una poesia conclusa. “La poesia non serve a niente”, come eco al verso di Montale, è una risposta a chi si pone la domanda, da intellettuale, se la poesia sia salvifica. Risposte a possibili interlocutori».

Quale il terrore del poeta?

«E’ di scrivere brutte poesie, che non abbiano senso».

Credo che Rilke sia il suo poeta di riferimento…

«Nell’ultimo mio libro, di 15 anni di lavoro, è stato il poeta che ho “frequentato” con maggiore assiduità. E’ uno dei più grandi indagatori della possibilità dell’aldilà, non in un’ottica cristiana, ma metafisica».

Impiega la forma breve. A chi guarda?

«A Catullo, come riferimento storico, ma lo sguardo è sul ‘900 italiano, a Montale, Sbarbaro e Rebora per l’essenzialità, a Pavese e Sereni per la narratività».



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