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Modena Emanuele Felice: «È ancora lunga e difficile la strada per la conquista dei nostri diritti»

Le battaglie per il lavoro, la giustizia, la ricerca e l’ambiente nel libro dello storico dell’economia Emanuele Felice


16 maggio 2022 Alice Benatti




modena. Ospite a Modena della Fondazione Mario Del Monte, martedì alle 18, lo storico dell’economia Emanuele Felice presenterà il suo ultimo libro “La conquista dei diritti. Un’idea della storia” (Il Mulino) presso la sala C di Palazzo Europa. A dialogare con l’autore, che abbiamo intervistato in anteprima, saranno Elisa Rossi, docente di Sociologia delle Relazioni di genere all'Università di Modena e Reggio Emilia, e Giuliano Albarani, presidente della Fondazione San Carlo.

Partiamo dal titolo: “conquista” è un’azione che lascia pensare a un processo non ancora esaurito. Abbiamo forse creduto che i diritti fossero qualcosa di scontato, di ormai acquisito?

« Io penso di sì. Le pubblicazioni degli anni Novanta, dopo il crollo del Muro di Berlino, mostrano un certo ottimismo e la convinzione che, con la crescita economica e con l’economia di mercato, si sarebbero affermate le democrazie e risolti in maniera progressiva i principali problemi che avevamo di fronte: dalla pace alla crisi ambientale fino alle diseguaglianze. Invece non è accaduto, anzi per certi versi è accaduto il contrario, e questo ci mostra che per affermare i diritti è necessaria una politica consapevole, che si impegni in questa direzione sul versante dei diritti civili e sociali come su quello dell’ambiente».

L’economista Michele Salvati, poi il professore Sabino Cassese, hanno detto che il suo libro, oltre che un’analisi, è un manifesto, un vasto programma che offre suggerimenti alle forze politiche. Quali sono i principali?

« Il mio è un libro di storia e di visione, però vi sono contenute anche alcune cose concrete. Si parla di come governare la globalizzazione finanziaria, di investimenti pubblici per l’ambiente – oggi c’è il tema delle energie rinnovabili che sicuramente è importante ma anche la questione di come superare gli allevamenti intensivi, ad esempio con investimenti in nuovi consumi alimentari – ma anche l’andare oltre l’attuale sistema dei brevetti, tornando a una ricerca di base pubblica. Per come sono strutturati, oggi i brevetti sfavoriscono, anziché promuovere, la diffusione delle innovazioni».

Abbiamo davanti una sfida enorme che è quella ambientale. Se guardiamo all’Italia la nostra classe dirigente appartiene a una generazione che non ha avuto a cuore l’ambiente quanto le nuove generazioni. Basti pensare che sempre più spesso sentiamo parlare di eco-ansia e della paura, dichiarata da molti giovani della Generazione Z, di avere figli a causa della crisi climatica. Tuttavia chi oggi deve prendere decisioni – e in fretta – appartiene al primo gruppo. Come uscire da questa empasse?

«Questo sicuramente è un problema. Negli anni Sessanta e Settanta, quando si sono affermati i diritti sociali, queste battaglie sono state portate avanti dai più giovani, che allora nel mondo occidentale erano la maggioranza. Oggi purtroppo i giovani non sono più maggioranza. Allora si tratta – e questo è anche uno degli obiettivi del libro – di connettere le lotte dei giovani per l’ambiente ad altre lotte come quelle per la giustizia sociale e per la democrazia sostanziale. Viviamo in un mondo in cui i movimenti che lottano per l’affermazione dei diritti civili, sociali e ambientali sono molto più dispersi rispetto al passato. Dunque bisogna metterli insieme, collegarli».

Da un lato le innovazioni scientifiche e tecnologiche influiscono sul godimento dei diritti umani ogni giorno della nostra vita, dall’altro, per fare un esempio, stiamo vedendo Putin minacciare il mondo occidentale con le armi nucleari in caso di interferenza. Come ancorare il progresso tecnologico ai diritti dell’uomo?

«Io penso che lo si ancori proprio affermando i diritti dell’uomo. E il modo migliore per confrontarsi con potenze autocratiche tecnologicamente avanzate come Cina e Russia è quello di affermare i diritti dell’uomo al nostro interno, cosa che negli ultimi decenni spesso non abbiamo fatto: pensiamo alle diseguaglianze crescenti, al lavoro svilito, al trattamento riservato ai migranti. Innanzitutto dobbiamo dunque crederci di nuovo noi nei diritti dell’uomo, perché solo in questo modo ci potremo confrontare come modello alternativo al capitalismo autocratico».

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