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Modena Vito Mancuso domani al San Carlo. «Noi alla ricerca dell’armonia che fa stare bene


19 maggio 2022 Arianna De Micheli



Modena «Un giorno Simone Weil scrisse a u amico: non conosco gioia più grande che guardare il cielo in una notte chiara, con un’attenzione così determinata che tutti gli altri pensieri svaniscono; in quei momenti hai l’impressione che le stelle ti entrino nell’anima. La voce delle stelle che entrano nell’anima e che generano la legge morale – conclude Vito Mancuso a pagina 226 del suo nuovo libro “La mente innamorata” edito da Garzanti – è quella della mente innamorata».

Che, a detta dell’autore, è un dono ma soprattutto è frutto di un’educazione che i tempi attuali hanno relegato ai margini salvando solo l’istruzione. Un’educazione spirituale che ci consente di gestire la “pericolosa polvere esplosiva” tanto cara a Nietzsche (“Io sono dinamite” ribadiva spesso il filosofo). La nostra mente è culla di inquietudini, timori, tumulti: il processo di conversione verso un’esistenza sognante ma ad occhi aperti, verso una vita pura ma concreta può andare oltre l’utopia. Epperò solo la mente innamorata (da non confondere con il cuore) vi può aspirare. Teologo laico e filosofo molto apprezzato Vito Mancuso dal 2019 è, tra l’altro, docente del master di Meditazione e Neuroscienze all’Università di Udine. Domani, 20 maggio, alle 20,45, presenterà la sua ultima fatica editoriale nella Chiesa San Carlo di Modena nel contesto di un’iniziativa nata dalla collaborazione di Bper Banca, libreria Ubik, Radio Bruno, rassegna “Ne vale la pena”. E che oltre al patrocinio di Comune e Fondazione San Carlo per prima volta vanta l’egida del Salone del libro di Torino.

Professor Mancuso, di chi o di che cosa si innamora la mente? La sua, dopo la folgorazione adolescenziale avuta incontrando l’ideale di sapienza tra le pagine della Bibbia, si è innamorato dell’armonia, dell’ideale classico ove il buono coincide con il bello. Quindi la mente di Vito Mancuso punta alla trascendenza, non all’hic et nunc per cui bello e buono rappresentano concetti spesso lontani. Abbiamo compreso bene?

«Senza dubbio. Dell’Io invisibile, come ricordo nel libro, ne parla Kant. Accade che una persona senta emergere dentro di sé gli ideali di bellezza, giustizia, sapienza, significato. E nel momento in cui ha la percezione che anche il mondo venga retto dai medesimi ideali, l’Io sta bene con sé stesso ma anche appunto con il mondo intero. Ecco l’Unificazione, la lezione più profonda della mistica di cui il pensiero di Spinoza è fulgido esempio».

Oggi viviamo un’evidente dissociazione tra Etica ed Estetica, non abbiamo fiducia nell’armonia tra sentimento e razionalità. Con quali conseguenze?

«Che stiamo male. Noi nasciamo dall’armonia, termine che, in tutte le lingue, a partire dal latino, viene scritto con l’h come prima lettera. Dunque l’armonia è aspra, proviene da un lavoro quotidiano e faticoso. Quando questo lavoro funziona la persona sta bene, in caso contrario abita costantemente nel malessere. Il grosso limite dei nostri tempi è che non esiste più l’armonia collettiva, non siamo soci della società ma competitor e tutto ciò ha un effetto pesantissimo in particolare sui giovani. Dal canto mio ribadisco la necessità di una scuola che non creda solo nell’efficacia dell’istruzione, dunque nella conoscenza peraltro irrinunciabile, ma che tenga in considerazione anche il recupero dell’educazione spirituale. I ragazzi hanno un disperato bisogno di significato, di educare la propria conoscenza, di trovare una dimensione interiore in cui ciascuno sia strumento di sé. I giovani raggiungono la serenità quando comprendono di essere funzionali al proprio io interiore, non mero strumento nelle mani altrui.

L’uomo si pone due tipi di domande: di sussistenza e di esistenza. La principale domanda di sussistenza è la sicurezza, richiesta spesso a discapito della libertà (vedi il Covid). Possiamo oggi, in un’epoca “quasi” postumana dominata dalla tecnologia, andare oltre la sussistenza?

«Sussistenza ed esistenza non sono nemiche, anzi. L’atteggiamento aristocratico che guarda alla sussistenza valutandola plebea sbaglia. Ben venga l’aiuto delle nuove tecnologie capaci di garantire quella sicurezza di cui non possiamo fare ameno. Ma una volta che mi sento sicuro? Mi siedo di fronte ad uno schermo e vivo appagato in questo modo? Decido di pensare a come dire sì, a quando e a come dire no? Oppure inizio a guardare dentro di me per convertire l’inquietudine della mia mente in armonia così da conquistare una dimensione sognante ma vigile? La scelta di trovare lo spazio, la volontà di andare oltre la sussistenza dipende dal singolo. La società un tempo vantava due forti energie: la religione e la politica. Oggi queste grandi energie sono in crisi, una crisi profonda che perdura da lungo tempo. Quando ancora religione e politica creavano valore, trovare lo spazio per porsi domande sull’esistenza era più “semplice”, non si agiva in solitaria ma appunto come elementi di un tutto, della società. Ora siamo chiamati a ricostruire al più presto questo tessuto sfilacciato».

Lei ne “La mente innamorata” ha parlato con dovizia di approfondimento di eccellenti menti innamorate, da Simon Weil, a Karl Jaspers, dal premio Nobel per la pace Albert Schweitzer a Dostoevskij. E, con particolare “affetto”, di Etty Hillesum. Con chi si sete più affine?

«Con Albert Schweitzer per la sua riverenza nei confronti della vita. È stata infatti la vita nella sua nudità e universalità l’oggetto supremo del pensiero di Schweitzer, ciò di cui si innamorò la sua mente. E provo affinità con Etty Hillesum, uccisa nel campo di sterminio Auschwitz-Birkenau a soli 29 anni, per il suo amore per il prossimo. Ma per favore non chiedetemi di scegliere tra Albert e Etty». l


 

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