Gazzetta di Modena

Intervista

Modena «Ritrovare la verità dei corpi» Vie, un festival aperto a nuovi linguaggi

di Francesca d’Arielli e Anita Tresca
Modena «Ritrovare la verità dei corpi» Vie, un festival aperto a nuovi linguaggi

L’intervista A tu per tu con Valter Malosti. Il direttore di Ert ci presenta  la sedicesima edizione di Vie, arricchita dalle proposte del progetto “Carne”

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Basta scorrere la lista degli artisti protagonisti del Vie Festival 2022, giunto alla sedicesima edizione, per accorgersi che il territorio dell’Emilia Romagna ospiterà artisti provenienti da ogni parte del mondo, che vedremo esibirsi sul palco dei teatri di Modena, Bologna, Cesena e Vignola. L’apertura a orizzonti internazionali e l’interesse del festival per una dimensione interdisciplinare non sono una novità per il Vie, e persistono nel cambio di direzione, passata da Claudio Longhi a Valter Malosti, attore e regista forte di una lunga carriera conclamata da riconoscimenti significativi (come il Premio UBU 2010 per la regia di “Quattro atti profani” di Antonio Tarantino e direttore di ERT dall’autunno dello scorso anno). Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare il lavoro che sta dietro al festival, il percorso intrapreso per arrivare sin qui.

Un festival che si lascia alle spalle le difficoltà della pandemia e si apre a nuove sperimentazioni: cosa dovremo aspettarci?

«Questo è un festival che riparte, poiché nel 2020 era stato limitato sul nascere dalla crisi pandemica, che ha condotto la scena in una condizione di vuoto, colmata in parte da pochi spettacoli incentrati sulla dimensione visuale. Quest’anno invece avrà grande risalto il corpo: ERT lavora molto su questo aspetto anche nelle scuole, dando un’impronta fisica alle proprie attività che mira da un lato a recuperare gli adolescenti rimasti isolati durante la pandemia e, dall’altro, a disinnescare il tabù legato a un'esposizione massiccia dei corpi in rete e che rischia dunque di generare un'incomprensione totale di quello che il corpo è davvero».

«Ho voluto quindi accanto a me Michela Lucenti (coreografa di Balletto Civile, ndr), artista associata che cura la rassegna di drammaturgia fisica “Carne”. - prosegue - Una delle caratteristiche più evidenti della nuova edizione è la presenza di questo progetto, tant’è che la rassegna si aprirà con “Éléphant” di Bouchra Ouizguen, una coreografa marocchina il cui lavoro nasce da una riflessione intima sulla pandemia. A Cesena c’è invece la compagnia La Veronal, con lo spettacolo “Opening Night”, capolavoro di tecnica ed emozione. A seguire, ci sarà la prima assoluta di “Karnival”, riflessione sul rito laico del carnevale e sulla sua presunta scomparsa e sulla sua sopravvivenza nella comunità. Altro spettacolo di danza sarà “Gli Anni” di Marco D’Agostin, insieme a Marta Ciappina, danzatrice coreografa, due talenti che seguiamo già da un po’. Tra le nuove proposte contemporanee che arrivano dall’estero abbiamo “Halepas”, sostenuto dall’importante produzione di Onassis Stegi e inedito in Italia, diretto dalla regista greca Argyro Chioti, che unisce poesia, musica e le sue origini mediterranee, anche attraverso le sperimentazioni del musicista e regista cinematografico The Boy (Alexandros Voulgaris, ndr). Ben più conosciuto dal pubblico italiano Krystian Lupa con il suo “Imagine”, spettacolo che lega i miti della sottocultura degli anni ’60 e ’70, come John Lennon e Patti Smith, ad elementi più ancestrale».

«Ancora, ci sono i Kepler-452, che indagano il testo del “Capitale” di Marx insieme agli operai della fabbrica GKN. Poi Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni si interrogano sulle nostre solitudini, ispirandosi al “Ministero della Solitudine” istituito in Gran Bretagna qualche anno fa. Poi abbiamo Anagoor con "Ecloga XI" ispirato a Zanzotto. I lavori curiosi legati al video e all'ibridazione sono sicuramente quelli di Rabih Mrouè, artista libanese che ci parla invece della Siria. Sulla scia della ricerca più visiva, c’è Susanne Kennedy, artista tedesca, mentre la dimensione ecologica è esplorata dal nostro Daniele Spanò».

In molti spettacoli troviamo dunque una commistione tra discipline diverse. Quanto questa eterogeneità produce armonia e quanto invece può generare conflitti?

«L'interdisciplinarità è qualcosa di implicito nel teatro, perché il teatro stesso è composto di varie forme espressive, non solo da quella classica in cui ci si serve principalmente della parola. In Europa sono decenni che avviene questa ibridazione e mescolanza, e in Italia, a mio avviso, il teatro è, viene talvolta, vissuto in maniera troppo settoriale. Io sono uno spettatore onnivoro, guardo un po' di tutto, ma noto con rammarico che spesso il pubblico nel nostro paese è diviso per compartimenti: le persone che vanno a vedere l'opera non vanno a vedere il teatro, chi va a vedere il teatro non va a vedere i concerti. Ciò detto, utilizzare più forme di linguaggio, come magari l’impiego massiccio di tecnologia digitale, non consente automaticamente a uno spettacolo di coinvolgere la platea, così come nel teatro sociale non basta occuparsi di un tema fortemente sentito per decretare la buona riuscita di un progetto. Bisogna vedere come si usano gli strumenti, come si evolvono, dato che gli strumenti di per sé sono neutri, non hanno una connotazione. Ma se uno se ne fa travolgere, possono diventare negativi, entrare in contrasto con il proprio lavoro e le proprie intenzioni».

A proposito del pubblico, quanto c’è da parte del festival la volontà di “sfidarlo” con proposte innovative e sperimentali? Si corre il rischio di deluderlo?

«È un argomento delicato e rilevante. Secondo me l'innovazione dovrebbe comunque avere una vocazione popolare, ambire ad essere fruibile per chiunque: non dovrebbe insomma essere ristretta a pochi appassionati. Come teatro pubblico usiamo denaro pubblico, e dobbiamo pertanto rivolgerci a tutti. Non credo nelle nicchie. Ovviamente questo non vuol dire che tutto debba sempre essere comprensibile e spiegabile al cento per cento, il teatro resta comunque un’arte stratificata e complessa, fatta di numerosi strati e livelli. Tuttavia, penso che ci debba essere almeno un certo grado di accessibilità e immediatezza.

La questione del pubblico è fondamentale per me, a Bologna per esempio, all’Arena del Sole, sto cercando di lasciare il teatro aperto il più possibile, far capire che il teatro è un luogo della città che appartiene alla città. Al di là di quello che facciamo in scena, l'importante è accogliere tutti».

Ci sono delle tendenze artistiche estere che ancora non sono sviluppate in Italia?

«La cosa che manca di più in Italia è forse il profondo legame con la drammaturgia contemporanea, manca quell'attenzione da parte del pubblico verso ciò che è nuovo. Quest’anno tra Bologna, Modena e Cesena c'è una “messe” di autori nuovi, che però talvolta non richiamano il grande pubblico. Questo è un problema che riguarda anche il sistema teatrale nel suo complesso: ci sono regole e meccanismi che non consentono in ogni occasione alle opere di circolare come dovrebbero, soprattutto quando si tratta di autori di giovane generazione».l

Francesca d’Arielli

Anita Tresca

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