Gazzetta di Modena

Ponte Alto, una città nella città, l'ultima frontiera della militanza

di Cristiana Minelli
Ponte Alto, una città nella città, l'ultima frontiera della militanza

Il libro «L’ultimo spenga le luci. Un luogo, una festa, una comunità» di Luigi Ottani (fotografie) e Giorgia Rabitti (progetto grafico), con testi di Raffaele Caterino Un omaggio alla storia di un luogo e alla comunità che lo popola da 25 anni

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MODENA «L’ultimo spenga le luci. Un luogo, una festa, una comunità» di Luigi Ottani (fotografie) e Giorgia Rabitti (progetto grafico), con testi di Raffaele Caterino (pp. 160, € 23,00, edizioni Artestampa), è un omaggio alla storia di un luogo e a quella della comunità che lo popola da 25 anni. Ponte Alto è una città nella città. Quella dove non si dice a caso: è qui la Festa. É la geo-localizzazione di tutte le utopie – lavorare insieme (gratis) per cambiare in meglio il mondo ne incarna una che non teme rivali sul trono di quelle di specie – la moltiplicazione (laica) di migliaia di braccia e di gambe che in più di vent’anni le hanno dato vita. È lo spazio permanente che accoglie il lavoro dei volontari impegnati nelle feste di partito. Che, nel corso del tempo, si è trasformato in luogo identitario.

Secondo Roberto Solomita, segretario provinciale PD Modena, «Ponte Alto è un luogo magico», la sintesi di «una poetica (molto emiliana) della militanza». Cioè la reincarnazione, nel vero senso della parola, dell’esperienza su base volontaria di migliaia di soggetti. Un melting pot delle generazioni e delle anime del popolo dem. Un luogo che ha saputo anticipare la tendenza al reimpiego delle aree industriali dismesse e che, a modo suo, anche quando non sembra, fa festa.

Una roccaforte post comunista. E, anche, una bella di notte. Nel senso che la vita, il più delle volte, all’interno di questa cintura, si anima col buio. Bella ciao.

Quale sarà il suo destino dopo 25 anni?

«Qualunque sarà il destino di questa area – dice Solomita – che non cada nell’oblio. Che i suoi protagonisti non diventino fantasmi ma testimoni permanenti della fatica e della bellezza di stare insieme per cercare di migliorare il mondo».

«Fornace Vigarani, area abbandonata e degradata fra la fazione di Ponte Alto e Freto» (Raffale Caterino): la ricerca di un’area permanente per poter svolgere la Festa Provinciale de l’Unità (e altri eventi) cominciata negli anni ’80 finisce qui. 150 mila metri quadrati complessivi, per un investimento iniziale di circa 7 miliardi di lire. Una colossale opera di recupero, anche ambientale. Un’impresa storica che va avanti da più di vent'anni.

Perché si dice che si tratta di una città nella città? Perché il progetto iniziale, dell’architetto Cesare Leonardi, e le successive realizzazioni a firma dell’architetto Luigi Fanti, hanno portato alla costruzione di portici e piazze, ma soprattutto, al disegno di spazi popolati da persone.

Le fotografie di Luigi Ottani passano in rassegna murales, manifesti iconici, locali di servizio, un esercito di lavoratori all’opera, cornici accatastate, tubi innocenti, attrezzi, grembiuli, sorrisi dietro la fatica, sapori appesi a un mestolo, reliquie del Pci, «questi comunisti sempre fissati con la pace, il lavoro, il progresso» recita un manifesto, mentre una falce con martello appesa al muro, recita, seppur in silenzio, la storia del partito. Che fu.

«La festa rappresenta uno strumento irrinunciabile di autofinanziamento – continua Caterino – ma è anche uno straordinario momento di aggregazione, un’occasione di incontro». Una gigantesca Casa del Popolo adorna di altarini laici (ma accidenti se c’è fede), con Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer che spuntano sui muri, fra stand infiniti e un’infilata, a perdita d’occhio, di capannoni. E personaggi.

Poteva mancare? C’è anche Fausto Ferri, deus ex machina di tanti allestimenti, fuori e dentro Ponte Alto. Un cartello, a un certo punto, recita perentorio: «L’ultimo spenga le luci».

Poi, c’è spazio solo per un dinosauro. Se il partito che ha dato vita a tutto questo lo incarni oppure no sarà tema di discussione. Per la prossima Festa. Luigi Ottani, fotografo e giornalista (Modena 1965), ha una particolare vocazione per il reportage sociale ma anche per l’architettura, la moda e la pubblicità. Ha pubblicato una trentina di volumi fotografici ed è autore di numerose mostre ed installazioni.

Con il volume «Niet Problema!» ha vinto il premio «Marco Bastianelli», miglior libro fotografico italiano del 2006. Nel 2020 ha pubblicato, con Bottega Errante Edizioni, «Shootingin Sarajevo» a 25 anni dalla fine dell’assedio.

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