«La bellezza è da ripensare»
Maura Gancitano domenica 16 ottobre a Modena al Forum Monzani presenta il suo libro. «Dobbiamo superare lo sguardo egemone imposto dall’uomo»
MODENA. «Ho scritto questo libro perché studio da molti anni il sentimento della bellezza utilizzato come strumento di controllo dei corpi, dei pensieri e delle scelte di vita. Soprattutto delle donne. Volevo scrivere un saggio calato nel contesto italiano che non fosse però un tomo complicato di quattrocento pagine, quanto piuttosto il tentativo di spiegare questioni complesse in modo semplice. L’obiettivo? Comprendere come siamo arrivati qui, nell’epoca della società di massa. L’idea di bellezza, che sembra marginale, a partire dalla società borghese è mutata in concetto standardizzato, ha subito uno spostamento di significato: da enigma a misura».
Così Maura Gancitano, scrittrice e filosofa che domenica 16 ottobre alle 17.30 presenterà al Forum Monzani di Modena “Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza”, 174 pagine edite da Einaudi. Noi l’abbiamo intercettata in anteprima.
«Da piccola volevo essere brutta e diventare una filosofa», sono queste le parole che introducono “Specchio delle mie brame”. Ne siamo rimasti colpiti. Così come non lasciano indifferenti i pensieri che lei rivolge al suo stesso corpo, «pensieri che hanno dato vita a paure, sensi di colpa e inadeguatezza».
Quanto c’è di autobiografico in questo libro?
«Un accenno ma non molto. Ho deciso di raccontare qualcosa di personale perché non volevo apparire superiore, distaccata rispetto alla narrazione. Inoltre durante la stesura del libro ho visto crescere e cambiare mia figlia. Si specchiava e coglievo il suo disagio nel percepirsi trasformata, diversa, “non conforme”. Dal canto mio ho vissuto l’adolescenza in tuta: più che in qualsiasi altra epoca oggi sei libera di sperimentare le tue sfaccettature soltanto se corrispondono allo sguardo egemone imposto dall’uomo. Uno sguardo a cui noi donne facciamo di tutto per adeguarci. La società ci comunica che dobbiamo uniformarci al giudizio esterno. Nell’Ottocento tutto era in mano agli uomini, saloni di bellezza in primis, mentre oggi la visione maschile si traduce in un’egemonia culturale ed economica che porta all’auto-oggettivazione della donna. Siamo portate a vederci da fuori, a percepirci in terza persona, pagando pegno ad una visione allogenica del corpo che ci trasforma nel peggiore giudice di noi stesse. Se non rientro nei canoni estetici mi colpevolizzo. Pensate anche a ciò che è accaduto con le arti visive…».
Ovvero?
«Il corpo femminile è stato dipinto, scolpito, rappresentato sempre in modo passivo. Solo nel Novecento le artiste donne hanno iniziato ad autoritrarsi con un occhio diverso. Qual è la strada da seguire per uscire dalla prigione della bellezza? Non credo che smettere di chiedersi che cos’è il bello in sé aiuti a liberarsi dalla sua prigionia, ritengo infatti che sia importante ripensare la bellezza oltre l’indottrinamento ed il consumo, restituirle il suo valore di nutrimento essenziale per l’essere umano. La bellezza è l’esperienza della alterità e della relazione. Camminare con le proprie gambe è necessario ma non basta se vogliamo davvero smascherare i meccanismi del mito della bellezza. La forza del singolo è insufficiente, come individui possiamo liberarci da molti condizionamenti ma un percorso personale che non contempla una dimensione collettiva resta comunque narcisistico, incompleto. Diventa politico quando viene condiviso, cioè nel momento in cui si entra in relazione con gli altri e ci si accorge che il mondo è un luogo pieno di meraviglia. Il cambiamento spetta alla società, quella stessa società responsabile di quel senso di colpa che sta alla base del mito della bellezza. Un mito che nell’epoca attuale si è insinuato anche nelle culture d’oriente. Non sono rare infatti le richieste di interventi alle palpebre per ottenere occhi “all’occidentale”. Nella società contemporanea il controllo viene esercitato grazie all’ansia da prestazione generata dalla grammatica della bellezza che è frutto dello sguardo egemone dell’uomo».
Ciononostante neppure gli uomini, in particolare se ancora giovani, riescono oggi a fuggire dal confronto a muso duro con il proprio aspetto esteriore.
«È così o è solo una nostra suggestione? È così. Nell’era dei social e degli influencer anche i ragazzi non sono immuni dal disprezzo e dalla vergogna che provano se il proprio corpo non corrisponde allo standard. L’idea di bellezza è stata volutamente fraintesa ma in realtà ha tutto da spartire con la sensazione, con l’enigma. Quando diciamo a qualcuno che è una bella persona non ci riferiamo al suo aspetto ma alle sensazioni positive che ci trasmette. Dobbiamo recuperare quell’indagine sulla bellezza il cui incipit si perde nella notte dei tempi. Una ricerca che adesso pretende anche il contributo delle donne».
Che cosa ne pensa delle donne iraniane pronte a morire in nome dei propri diritti?
«Sebbene il confronto con il nostro contesto rischi di essere inopportuno, nell’ottica della possibilità di scegliere quel che succede in Iran è oltremodo significativo. Direi esemplare».
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